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La cosiddetta “didattica a distanza”, congegnata in un periodo di grave emergenza nazionale, ha suscitato non poche obiezioni dal punto di vista epistemologico ed etico, tra cui si raccolgono le seguenti, citate da Dino Cofrancesco: la eliminazione di ogni contatto fisico e sensoriale, del tipo di Mondo 1, giusta la definizione popperiana della sfera percettiva; la vittoria della “tecnica” sull’elemento umano (qui ricorrono le riflessioni di Heidegger o di Emanuele Severino); la rimozione del senso della morte, quasi che l’uomo, fattosi pari a Dio (“equal to God”, come lo dice John Milton nel suo Paradise Lost), si renda invincibile grazie alla Tecnica.

 Naturalmente le trascrivo e traduco nella mia interpretazione e lettura. Dal punto di vista strettamente didattico, docenti e discenti sono costretti a lavorare “di più”, fissi allo schermo del computer o i-pad o altro mezzo di comunicazione meccanica; ma senza la gratificazione del dialogo, del rapporto umano, dell’interscambio di relazioni (ogni volta, invece, “fissato” e come “congelato”). Inoltre, i contenuti tendono irresistibilmente alla semplificazione e allo schematismo (grave stortura e deriva della nostra tradizione umanistica, che serba il proprio punto d’onore nella visione globale dei problemi e nella “complessità” dei temi– etimologicamente – “tessuti insieme”). Il ruolo del docente si approssima sempre di più allo status di nuovo “impiegato di concetto” (con grave rischio per la libertà della ricerca e del pensiero).

Si ha un bel dire e controdedurre in proposito, rivendicamdo emolumenti per l’ammodernamento tecnologico, la digitalizzazione dei saperi e via. L’ “essenziale”, il nucleo forte di ogni percorso cognitivo o ideativo, non vuol dire affatto la “semplificazione” delle prove e delle procedure di elaborazione o valutazione dei progetti.

Appiattire il Mondo 1 della Conoscenza sulla tecnica o sulle competenze finisce per acclarare la “Ge-stellung”, o la cosiddetta “im-posizione” della Tecnica sulla sfera iridata e variegata delle sempre nuove e inarrese riflessioni personali o di gruppo e di relazione. Il quadro della disposizione didattica e culturale attuale non è affatto confortante, specie se riguardato in parallelo con quanto si può chiamare con scherzosa serietà “l’essere nelle mani del fattore C” ( Covid 19, comunismo internazionale, Cina influente e onnipresente, e via ).

Parallelamente, disegna uno scenario da “fine della strada” ( direbbe Popper del Poscritto alla logica della ricerca scientifica a proposito degli esiti della fisica quantistica negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso ), ma piuttosto in senso etico e democratico, Rosalino Sacchi in “pannunzio magazine” – “I dibattiti” del 31 maggio 2020.

In effetti, la risposta a codesti limiti e sviamenti può risiedere nell’antico e nuovo “In principio era la teoria” ( v. di Dario Antiseri, La teoria unificata del metodo, Liviana, Padova 1972 ). Per non cadere nello stato impiegatizio, facile preda di dominazioni ideologiche, il docente può trovare una via d’uscita nell’alzare il tiro, alla stregua dell’arciere prudente che – come insegna Niccolò Machiavelli nel “Principe” – alza la mira del proprio arco non per andare “olte il segno” ma giusto per colpire il bersaglio prefisso. E’ la “prudenza”, la “teoria della previsione”, l’ “anticipo” prospettico ( di cui Raffaello Franchini, Teoria della previsione, Napoli 1964 e 1972 ). Così, il professor Sacchi chiude la propria requisitoria, richiamando la necessità di elaborare “Idee, idee, idee”.

Ma diventa sempre più difficile darvi seguito, a livello pedagogico o istituzionale; là dove si sente parlare da parte del ministro della mente dello studente come di “un imbuto”, e forse si sarebbe dovuto o voluto alludere all’alternativa popperiana de “Il recipiente e il faro”, le “due concezioni della conoscenza”, ‘lectio magistralis’ del filosofo al Teatro Piccinni di Bari nel 1983 ( cfr. il mio Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper. Con il messaggio “Coscienza dell’Occidente”, Schena, Fasano 1986 ).

Cofrancesco cita in chiusura il cavaliere Antonius Blok, che gioca a scacchi con la morte ne Il settimo sigillo dello svedese Ingmar Bergman. Ora a me piace ricordare, in riferenza al punto del dibattito, il capolavoro La struttura di cristallo del regista polacco Krzystof Zanussi  (1969 ), dove due amici Marck e Ian sono stati promettenti allievi della Facoltà di Fisica. Poi, le loro strade si sono divise. Marck ha preferito la carriera scientifica. Ian, la vita in campagna, con la moglie, occupando una stazione meteorologica. Marck non riesce a convincere l’amico a tornare all’attività scientifica, pur prestigiosa. Ma quando Marck mostra a Ian i propri appunti, con ipotesi scientifiche originali a proposito della struttura del cristallo, il regista genialmente sospende il dialogo, abbassato così a muto, e rianima lo scabro ed essenziale bianco e nero della sequenza con intense vibrazioni di note musicali.

La musica ( ha inteso dire Zanussi ) è relazione, dialogo di anime, concordia discors di punti di vista esistenziali e vitali, anche differenti e pluri-prospettici, che s’incontrano e s’incastrano tra loro. La musica è “modalità relazionale”, reciproco penetrare di idee, affetti, esperienze e pensieri, dell’uno nell’altro e dell’altro nell’uno. Come il “Filosofo, fa musica” del platonico Fedone (61a), riflette una verità più profonda della mera narrazione empirica esterna. Infatti Socrate dice: “E io credevo che il sogno mi volesse incoraggiare a fare quello che già facevo, la musica che già facevo in quanto la filosofia è la musica più grande. Mentre il sogno si riferiva proprio alla musica”.

La musica è la “temperanza” nel Protagora  (333), il dialogo maestoso cui partecipano tutti i filosofi e sofisti in accolta, trattando lo “sciame delle virtù”, di cui è moderatrice la “temperanza”, e che fu realizzato pittoricamente da Raffaello nelle Stanze Vaticane ( cfr. Sergio Hessen, Virtù platoniche e virtù evangeliche, con prefazione di Rosario Assunto, Armando, Roma 1978 ).

Ma il colloquio delle anime, “musicale”, è in presenza, e solo in presenza. La lezione delle istorie ci sia di aiuto e riparo nella crisi dell’attuale “enantio-dromia”.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia