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Venti anni. Sono trascorsi già vent’anni dal 29 giugno 2000, quando Vittorio Gassmann morì a Roma a 77 anni, era nato a Genova il Primo settembre 1922. Eppure, talvolta, mi viene di pensarlo come fosse ancora su un palcoscenico teatrale, con la sua presenza scenica fortissima, la sua voce inconfondibile, che mi pare di sentire come quando lo vidi dal vivo recitare, per la prima volta, vicinissimo, perché ebbi il privilegio di sedere in platea, in prima fila.

Gassmann è stato uno dei più grandi attori teatrali italiani del Novecento, se non il più grande e altrettanto si potrebbe affermare come attore cinematografico. Fu anche sceneggiatore, regista e scrittore. Qualunque sua nota biografica, ricca di titoli e impegni, è facilmente consultabile in rete, con tutti i rimandi bibliografici consultabili.

Di Vittorio Gassmann è stato detto tutto, o quasi, non di rado in testi persin troppo agiografici, cose sicuramente lontane dal suo modo di pensare.

Era ben consapevole delle sue qualità, del suo sempre confermato successo di pubblico, era realista nel giudicarsi, non per modestia ma, con l’elegante stile da grande artista, dava il giusto peso alla sua arte, senza mai sminuirla, sempre valutandola in ogni suo aspetto.  Questo suo stile spiazzò certi intervistatori, che videro andare in fumo le loro roboanti domande, poste con la speranza di volgere a loro favore un tantino del suo prestigio.

A teatro il suo ingresso in scena faceva ammutolire il pubblico, il silenzio assoluto era dominato dalla sua voce, modulata nelle infinite tonalità necessarie, centinaia di occhi seguivano ogni suo movimento, incantati pure da piccoli gesti, sguardi accennati, espressioni chiarissime. Poi poteva scoppiare un applauso scrosciante, la sua serietà e un breve sorriso ringraziavano il pubblico. Già, perché qualunque personaggio interpretasse era quel personaggio, non entrava soltanto nella parte come qualsiasi attore di vaglia, diventava quel personaggio in ogni suo aspetto.

Infatti, come affermò in una intervista, l’attore deve rappresentare – e provare – i sentimenti di un altro, vivere la vita di un altro, ovvero l’attore non può essere se stesso, deve sapere con falsità essere qualcun altro. Ciò vale pure per tutte le sue interpretazioni al cinema, non gli mancarono ovazioni di critica e pubblico, negli anni del trionfo della commedia all’italiana, lo definivano “il Mattatore”, l’inarrivabile, capace di essere drammatico, comico, serio o addirittura grottesco. In altre parole, era un vero attore, come può esserlo un uomo di cultura, rigoroso e preparato, dotato di un talento innegabile.

Per ricordarlo, un esempio fra tutti, scegliamo lo sbruffone con l’intuibile tragico destino, alla guida spericolata e incosciente della sua auto sportiva, al suo fianco c’era Trintignant felice e sorridente, prima dello schianto. Era l’anno 1962, il film Il sorpasso, diretto da Dino Risi.

Beppe Valperga