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Ricordiamo, a ventitré anni dalla sua scomparsa, Giovanni Spadolini, Presidente del Senato, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro, Senatore della Repubblica, pubblicando quello che sarebbe dovuto essere il suo ultimo discorso al Teatro Regio di Torino, per gli amici del Centro Pannunzio, come Presidente del Senato della Repubblica.

Roma, 31 gennaio 1992

Cari Amici, avevo due motivi fondamentali che mi rendevano particolarmente cara la presenza a Torino in questa giornata, presenza bloccata dalla discussione che proprio in queste ore vede impegnato il Senato, insieme con la Camera dei Deputati, sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio e per il bilancio di una legislatura che volge ormai alla sua conclusione naturale: il che, fra le mille difficoltà della vita politica, costituisce un fatto senz’altro positivo, interrompendo la serie ormai ventennale di scioglimenti anticipati. Mi rivolgo a voi, quindi, ricorrendo a questo messaggio pieno di rammarico, ma certo che voi apprezzerete, come avrebbe fatto Pannunzio – credente nella vecchia Italia – la decisione di non abbandonare il timone della «nave Senato» in questi giorni così tormentosi. Il senso del dovere, in altre parole. Il primo motivo per cui avrei tenuto ad essere fra voi era il desiderio di esprimere direttamente agli amici del Centro Pannunzio il mio vivo apprezzamento per la loro opera, volta a testimoniare i principi di moralità civile, di laicismo come senso dello Stato, e gli insegnamenti di quella stagione irripetibile in cui si operò un innesto straordinario fra cultura e politica. Fra tutti gli animatori del Centro Pannunzio, consentitemi di ricordare in modo speciale il suo presidente, l’amico Mario Soldati, che, con la sua lunga milizia culturale e con l’autorevolezza che gli deriva dalla eccezionale opera letteraria, costituisce la testimonianza vivente di quello che fu il gruppo di intellettuali riuniti intorno al direttore di via Campo Marzio. E un saluto altrettanto affettuoso a Pier 111 Franco Quaglieni che, con dedizione commovente, quasi con fedeltà all’esercizio di una missione, contribuisce in misura determinante a difendere la lezione di Pannunzio, tramandandola alle generazioni più giovani. Il secondo motivo che rende per me così doloroso essere oggi lontano da Torino era la volontà di ricordare insieme a voi la lezione di Pannunzio ora che – scomparsi Moravia e Maccari – so di essere io l’unico e ultimo superstite del primo numero de «Il Mondo», del 19 febbraio 1949. Una lezione che fu in primo luogo una lezione di vita, offerta da un grande giornalista che era un grande artigiano, sempre pronto a scegliere di persona le foto, a curare direttamente l’impaginazione, a stilare da solo i titoli. Un direttore che faceva scrivere, e spesso riscrivere, con un’abilità innata di scopritore di uomini, di giudice di talenti. Sul filo della memoria rivedo tutti i personaggi fondamentali di quel Mondo, di quelle battaglie ideali condotte secondo una concezione del giornalismo fondato su grandi passioni: le istituzioni stesse sentite come passioni. Ripenso a Croce e Salvemini, a Montale e Valiani, a La Malfa e Carandini, a Jemolo e Compagna, a Flaiano e Gorresio. «Uscirà presto a Roma un settimanale politico letterario da me diretto: «Il Mondo». Vorrei la sua collaborazione: abbiamo due pagine dedicate alla letteratura, all’arte, alla storia, ecc., con articoli su autori, profili di personaggi e così via. Nelle altre pagine, oltre agli articoli di attualità, pubblichiamo anche articoli di storia recente, biografie e ritratti di personaggi eminenti nella politica e nella letteratura». Così mi scriveva, al mio vecchio indirizzo di via Cavour, a Firenze, il direttore de «Il Mondo» in fieri, Mario Pannunzio, il 24 gennaio 1949: quasi un mese prima del fascicolo di apertura. Non conoscevo Pannunzio. Egli si era procurato il mio indirizzo attraverso un comune amico, Enzo Storoni. Più tardi, in una conversazione a Roma, dichiarò di avermi scelto fra i primi collaboratori del suo settimanale in base agli articoli pubblicati su «Il Messaggero». Da non più di un anno: perché il mio primo elzeviro sul quotidiano diretto da Missiroli era uscito il 4 gennaio del 1948 ed era dedicato a Gobetti. Dopo Gobetti, Marx, la crisi del laicismo, i rapporti fra mondo laico e mondo cattolico. Il primo articolo che mandai al direttore – che godeva di una fama straordinaria presso i giovani e i giovanissimi, anche per l’esperienza inconfondibile di tipo giornalistico condotta alla guida del Risorgimento liberale negli anni della Liberazione – riguardava il tema intorno al quale stavo lavorando allora: il Papato socialista. Non è vero quanto ho letto in questi giorni, e cioè che si trattasse del primo capitolo di un’opera scritta. Buttai giù il libro, nelle sue quattrocento pagine, quasi d’impeto nel corso dell’estate del ’49. E quella traccia uscita ne «Il Mondo» conteneva i punti fondamentali della contrapposizione fra la civiltà moderna ed il cattolicesimo sociale. Un tema che già prefigurava i miei futuri studi sull’opposizione cattolica. Singolare coincidenza: il 19 febbraio usciva il Papato socialista, con quel titolo che fu, anche allora, sconcertante e singolare. Pochi giorni dopo, esattamente il 15 marzo, nella terza pagina de «Il Messaggero», usciva un altrettanto singolare articolo che suscitò non minori polemiche e contrarietà: La Repubblica di Tommaseo. Esattamente l’ultima parte, quella conclusiva, del libro che non avevo ancora scritto, ma che stavo preparando pezzo per pezzo. Il rischio che la Repubblica italiana non fosse quella di Mazzini, non fosse quella del Risorgimento, ma quella dei neoguelfi, impegnati come Tommaseo nel rimpianto della vecchia Italia, tenacemente federalisti, decisamente anticavouriani e antimazziniani, ostili alla soluzione unitaria con Roma capitale, abbarbicati fino in fondo alla soluzione di Firenze o di una città comunque che non offendesse la maestà del potere universale della Chiesa. Neoguelfismo che non mancava anche di una punta sociale avanzata nella contestazione delle origini borghesi e censitarie dello Stato italiano. Era una polemica controcorrente anche all’interno della scuola liberale. Il cattolicesimo sociale era sempre stato trascurato o ignorato dagli storici dell’Italia post-risorgimentale. Ancor più il movimento politico dei cattolici intransigenti, quella che qualche anno più tardi chiamerò «l’opposizione cattolica» e di cui proprio su «Il Mondo» di Pannunzio scriverò, in quel caso sì, esattamente, i primi tre capitoli, le prime tre parti. La stessa storiografia crociana aveva relegato in un angolo quel movimento. In genere c’era tutta un’Italia sommersa, sia sul versante cattolico, sia sul versante repubblicano, che era sfuggita alla valutazione e all’inquadramento del pensiero liberale. Da un lato l’opera dei Congressi, di cui tesserò in quegli anni la storia; dall’altro il movimento catacombale e protestatario dei repubblicani, attestati su un loro non expedit dalla morte di Mazzini fino al 1895, in una non partecipazione al voto politico che aveva sì straordinarie somiglianze con quella dei cattolici, temperato, e temperato solo, l’astensionismo clericale, dalla partecipazione intensa alle elezioni amministrative (al fine di tutelare il complesso di interessi che nella borghesia cattolica si rifletteva). Era una tematica di tipo gobettiano, nella quale si rifletteva tutto il filone revisionista della storia italiana, un filone che non aveva certo Pannunzio fra i suoi interpreti e i suoi adepti. Si può dire anzi che Pannunzio non fosse affatto un gobettiano. Sarà Calosso a reintrodurre l’argomento sul settimanale romano. Mi ricordo che una certa proposta in materia fu respinta, e non a caso. Pannunzio teneva dietro la sua scrivania un grande ritratto di Cavour; egli scorgeva qualcosa di 113 artificioso e perfino di tendenzioso in quella scabra e sofferta limitazione del processo di composizione unitaria in cui vibrano non poche tracce di orianesimo storiografico. Solo Arrigo Cajumi, in quell’ambiente, risentiva profondamente Gobetti, risaliva, dietro Gobetti, addirittura a Giuseppe Ferrari. E fra gli storici professionali, brillava un’eccezione, con una punta di insofferenza anti-accademica: quella di Nino Valeri, autore, nei primissimi anni del dopoguerra, di una bellissima Antologia della Rivoluzione liberale, realizzata col concorso di un altro gobettiano, Franco Antonicelli (a parte la costante, generosa ed essenziale fedeltà di Bobbio, fra gli scienziati della politica, comunque non di casa nel gruppo di via Campo Marzio). Oggi sono quarantatre anni. E nessuno può immaginare cosa fu lo shock introdotto in un mercato intellettuale già impigrito da quel primo numero de «Il Mondo» di Pannunzio. Chi non aveva allora almeno vent’anni non può rendersi conto del senso di nuovo, quasi di svolta, che quel settimanale aristocratico, controllato, allusivo, rappresentò per le generazioni uscite dal travaglio della guerra e dalle inquietudini del dopoguerra. «No» a qualsiasi retorica; richiamo ai valori severi dell’Italia liberale e laica, ma proiettati in una dimensione nuova, quasi sospesi fra Croce e Salvemini. Un innesto tra politica e cultura, quale non si era ancor realizzato in nessuna delle prove giornalistiche del periodo post-bellico. Reazione al 18 aprile ’48: certo. Anche sul piano politico la scelta de «Il Mondo» era chiara e precisa, contro le minacce dell’egemonia democristiana e, dietro, dell’integralismo cattolico. Era una scelta laica e di «terza forza», che partiva dalla matrice liberale in vista di aprire il dialogo con le forze repubblicane e socialdemocratiche, in vista di prospettare un’Italia né arresa alla maggioranza assoluta né indulgente al nuovo «frontismo». Un’Italia di minoranza: un’Italia aperta alle voci del dissenso, alla revisione di tanti miti tradizionali, al non conformismo, contro quelli che apparivano già – si rilegga il primo «taccuino» – i rischi di degenerazione clientelare del regime, i pericoli di deviazione oligarchica o di usurpazione monopolista. Europeismo, economia di mercato, laicismo. Tre punti fissi che orienteranno le varie scelte, in tutto. Ma è un laicismo che non si tinge di anticlericalismo vecchio stile, che rifugge da pose gladiatorie. In quel primo numero è Silvio Negro, un cattolico fedelissimo alle sue montagne venete, che traccia un ritratto, pieno di simpatia e di calore umano, di Luigi Sturzo, il sacerdote «chiuso in casa», il prete antifascista che diventerà di lì a poco collaboratore assiduo estroso e liberissimo del settimanale pannunziano; le porte de «Il Mondo» aperte e quelle del Vaticano chiuse. Sturzo, Einaudi, Croce, Salvemini, Sforza: i grandi nomi dell’antifascismo – che fu la regola di vita per la comunità de «Il Mondo» ispirata a una ferma 114 religione antitotalitaria – compariranno tutti, l’uno dietro l’altro, nelle prime annate del settimanale, prima del più diretto e teso impegno politico, quello successivo alla scissione liberale del ’55 e alla costituzione del gruppo radicale. «Il Mondo» non tirò mai più di venticinquemila copie, con uno standard di quindicimila. L’industria culturale non esisteva ancora nell’Italia degli anni ’49. Ma la sopravvivenza tenace di quelle memorie – grazie anche alla passione civile degli amici del gruppo torinese del Centro – dimostra che, anche senza industria culturale, i principi di libertà, di tolleranza, di devozione laica al rispetto dell’uno per l’altro hanno una possibilità di irradiazione che non è commisurata né alle statistiche di tiratura né agli indici di vendita o di pubblicità. Un motivo in più, ripensando alla vita del settimanale romano, per sperare nel futuro. Giovanni Spadolini