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Singolare la coincidenza della ristampa di questo saggio, a cinquantanni dalla sua prima edizione, con il decennale della morte del suo autore. Un degno omaggio alla Sua memoria pubblicare il suo lascito più prezioso, ormai introvabile in libreria. La rilettura del saggio di Navarro, a distanza di mezzo secolo, getta luce retrospettiva su di un momento della cultura italiana, di cui egli fu autorevole testimone e, nell’ambiente intellettuale torinese del secondo dopoguerra, uno dei protagonisti. È la filosofia dell’esistenzialismo che definisce l’orizzonte in cui il Navarro si muove, che gli offre le categorie interpretative dell’universo mentale di Franz Kafka e i punti di riferimento per il suo approccio critico. Se ciò non si evincesse dall’interno del libro, e ci fosse bisogno di riscontri esterni, basterebbe, per riceverne conferma, dare uno sguardo alla copertina dell’edizione Taylor, che dà notizia dei saggi di Nicola Abbagnano, di Enzo Paci e di Luigi Pareyson, che tutti rinviano allo stesso ambito di ricerca e di posizione di problemi. La nozione di scacco, di libertà negativamente concepita e praticata come indifferenza o non scelta, la centralità della categoria della possibilità in tutta la sua indeterminatezza, la scoperta dell’assurdo come esito fatale dell’inchiesta dei personaggi kafkiani sul senso della loro vicenda esistenziale, costituiscono la fitta intelaiatura di un discorso critico intessuto di richiami costanti a filosofi come Kierkegaard, Jaspers, Heidegger e a saggisti come Camus, Amiel e Ortega y Gasset, che in senso lato sono riconducibili allo stesso clima di cultura. Ma è soprattutto l’idea di situazione uno dei punti nevralgici della riflessione di Navarro, di «situazione data nell’atto stesso dell’esistere, che si realizza come ricerca». Dinanzi alla certezza inoppugnabile dell’essere storicamente ed esistentivamente situato, si accampa nella sua misteriosità inesprimibile l’oltre del territorio in cui si avventurano e si perdono i personaggi dell’immaginario kafkiano. 160 Le coordinate entro cui il Navarro si muove consentono di storicizzare la sua posizione critica, maturata in un ben definito contesto di cultura filosofica e letteraria. In questa prospettiva di lettura, il merito indubbio del primo contributo della saggistica italiana alla letteratura kafkiana risiede nell’avere individuato, come il sottotitolo riassume, nella crisi della fede uno snodo decisivo del percorso della modernità, anzi l’estremo atto di «dissoluzione di una forma di civiltà». Sotto questo profilo l’opera dello scrittore praghese rappresenta una testimonianza esemplare dell’esaurirsi della fede, non solo nel senso di un abbandono di credenze e di pratiche religiose ereditate dalla tradizione, ma di una perdita di fiducia in una realtà che non sia quella interiore. La frattura tra il mondo esterno e l’universo della soggettività non è sanabile; l’oggetto si è sottratto allo sguardo dell’io, che ha smarrito la dimensione dell’Altro e vive in uno stato di inappartenenza e di estraneità al mondo. È l’essere fuori di casa il luogo in cui paradossalmente si incontrano scrittori mitteleuropei come Rainer Maria Rilke, Robert Musil e Joseph Roth, come gli studi di germanistica, soprattutto in Italia, hanno confermato. L’isolamento dalla comunità, un senso di disperante solitudine, sono lo sbocco tragico di un processo originato dall’orgoglioso rinchiudersi in se stesso di un soggetto che ha allentato, sino a perderli del tutto, i legami con l’oggetto, allontanatosi in una distanza divenuta inaccessibile. È rimasta, in uno stato d’inerzia, la fede in un oggetto vuoto di contenuti, idealmente remoto, sprofondato in un mistero insondabile. Esso si materializza nella Legge, ignota ai suoi stessi custodi. L’ignoranza della colpa imputata a Joseph K. all’inizio del Processo è ignoranza della Legge; vano risulta ogni tentativo dei personaggi di eludere la condanna affidandosi all’assurda speranza di trovare un oggetto che non è più nel mondo in cui vivono. Lo scacco dei personaggi di Kafka è proprio in questa contraddizione tra la mancanza di una fede, la cui morte non si ha il coraggio di ammettere, e la speranza che la salvezza possa giungere dall’esterno da parte di qualche cosa in cui non si ha più fede. In quest’orizzonte di lettura che ha il suo punto focale nella percezione che la crisi del soggettivismo è senza vie di uscita, e nella sua parabola discendente tende ad annullare l’io stesso, si situano alcune brillanti intuizioni. Ad esempio, la posizione negativa assunta da Kafka di fronte al tempo, che nel suo infinito scorrere esprime la corrosione e la distruzione dell’oggetto della fede. Nel processo di erosione di ogni oggetto reale, anche il soggetto è travolto dall’infinità del tempo. Ma forse il momento più alto della ricostruzione critica di Navarro è l’intuizione che per Kafka l’attraversamento della crisi sino ai suoi estremi confini e la coraggiosa e disincantata accettazione delle sue conseguenze disperanti sono la condizione di un acquisto gnoseologico e di una rifondazione dello stesso essere al mondo. Una tesi che per arditezza e lucidità di formulazione sembra precorrere la dialettica del negativo di Adorno, anche se discutibile, nei suoi esiti critici, l’interpretazione in positivo di Amerika come polo utopico e immagine emblematica, di un’armonia ritrovata. Non sono pochi gli spunti del libro che la critica kafkiana avrebbe approfondito in più articolate e documentate indagini, grazie alla ricchezza del materiale documentario venuto alla luce nella seconda metà del secolo. Vogliamo ricordare, tra gli altri, l’identificazione della malattia, intesa nel senso di malattia morale, definita nei termini che sopra si sono accennati, di un esaurirsi della fede, con il processo dal fatale decorso sino alla consunzione del soggetto. Il debito di Kafka verso Kierkegaard è opportunamente messo in rilievo dal Nostro, in una fitta trama di rimandi e di relazioni tra lo scrittore praghese e il filosofo scandinavo, in una direzione di ricerca in cui si sarebbero mossi gli studi successivi. Così la denuncia dell’assurda pretesa dell’agrimensore K. nel Castello, di misurare una distanza incolmabile, anticipa genialmente uno dei luoghi più frequentati dalla futura critica kafkiana. Le osservazioni sulla prosa di Kafka che nella sua puntigliosa analiticità riflette il carattere antinomico del suo pensiero e soprattutto le annotazioni sull’allusività di un linguaggio in cui si intrecciano simbolo e allegoria, aprono un altro orizzonte di ricerca alla critica, stimolata soprattutto dai fecondi spunti metodologici di un libro di Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, pubblicato in Italia solo nel 1971. L’intuizione della irriducibilità dell’allegorismo kafkiano a un codice prestabilito, a una convenzione comunicativa, apre uno spazio interpretativo che riscatta dalla sua negatività un procedimento di discorso che rinvia a strutture di significato dislocate al di là del detto e dell’immediatamente percepibile. Il Navarro si addentra così nel cuore della scrittura kafkiana, sospesa in una atmosfera surreale, pur nell’estrema precisione dei particolari. Ma la prova più certa dell’adesione del Nostro all’oggetto della sua ricerca, a un universo mentale così suggestivamente evocato, è la qualità della sua scrittura, incisiva e pregnante, densa di riferimenti culturali. Una prosa la sua, che sembra riprodurre, emulandola in una sorta di immedesimazione, la Nuchternheit kafkiana, l’asciuttezza di uno stile dal profilo tagliente, senza sbavature, che ha saputo resistere alla seduzione del bello scrivere. E’ forse questo il pregio più notevole del suo agile volumetto. Siamogli grati del suo dono.

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