2,713 utenti hanno letto questo articolo

Tempi Nuovi, fu un settimanale politico che uscì a Torino nel 1922. Camillo Olivetti non ha rinunciato di far sentire la sua voce, ora sceglie di dare vita ad una testata non più in solitaria ma insieme a intellettuali progressisti. Lui sarà il principale finanziatore e anche tra i redattori di spicco. Mi sembra interessante pubblicare il capitolo sottostante che per ragioni di lunghezza dividerò in due parti:

Tempi Nuovi: marciando sotto la pioggia

Il 1922 è l’anno della resa dei conti. Come spesso accade, fenomeni politici che sembrano inalterabili raggiungono quella soglia di tollerabilità per cui, anche un popolo come quello italiano avvezzo all’estrema tolleranza, volta pagina. È successo nel quasi recente 1992, successe settant’anni prima ai tempi di Camillo. In ambedue i casi partiti autodefinitisi, chissà perché “gloriosi”, si liquefecero nel giro di pochissimi anni. Per commentare la prima disgregazione sarà utilizzato materiale di prima mano offerto proprio da Camillo Olivetti, un settimanale politico da lui inizialmente promosso. Dopo la prima esperienza dell’eporediese «L’Azione Riformista», infatti, egli ritenta l’impresa e, memore dei problemi avuti nella provincialissima Ivrea, edita il periodico «Tempi Nuovi» a Torino. Il titolo sembra preludere ai profondi cambiamenti che l’Italia subirà, proprio allo scadere di quel fatidico 1922, anno della marcia su Roma. Sono passati tre anni dalla nascita del movimento fascista e nemmeno uno dalla sua trasformazione in partito. Per Mussolini non sono state rose e fiori: il fascismo si è sviluppato al di là delle sue intenzioni e non tanto per merito suo quanto per demerito altrui. La guerra aveva liberato, nel bene e nel male, un coacervo di aspettative a cui la classe politica al potere aveva risposto con le uniche armi che conosceva bene: quelle istituzionali. Paradossalmente le riforme democratiche, soprattutto il suffragio universale, furono il de profundis per gli eredi delle battaglie risorgimentali. I socialisti avrebbero potuto, come era avvenuto altrove, sostituire l’ancien régime tout court, o almeno costringerlo a quelle riforme, non solo politiche ma anche sociali, senza le quali non poteva esserci né sviluppo né pace. Proprio i socialisti, invece, saranno i principali responsabili della débacle politica e parlamentare. Giorgio Bocca, quando non faceva ancora il resistente in pianta stabile ma il valente e acuto giornalista, scrisse un libretto intitolato: Mussolini socialfascista. La tesi sostenuta, che condividiamo, era che il capo e massimo ideologo del fascismo aveva sicuramente molte più cose in comune con il socialismo rivoluzionario che non con le destre, gli industriali o il latifondismo, tesi quest’ultima tramandataci proprio dagli storici della resistenza. Il fascismo mussoliniano della prima ora fu sostanzialmente socialista e anarco-sindacalista. La discriminante con il socialismo ufficiale non saranno i principi rivoluzionari, ma il nazionalismo, quello stesso che i russi scopriranno con Stalin a spese dell’internazionalismo di Trotsky. Paradossalmente, possiamo dire che nel 1922 i socialisti erano scissi in quattro tronconi: i massimalisti diretti da Serrati, i riformisti di Turati, i comunisti, provvisoriamente diretti da Bordiga, e i fascisti di Mussolini. Mussolini tra il ’21 e il ’22 era ancora un socialista, o almeno riteniamo che lui si credesse tale. Dopo una prima trasformazione in socialista nazionalista e patriota, era entrato in una nuova fase diventando interclassista, e fu un bel passo avanti. L’aborrita borghesia di un tempo aveva sostituito l’esercito proletario degli anni di Forlì; ciò non toglie che proprio con la media e piccola borghesia riuscirà a portare a compimento compimento la rivoluzione fascista. Per la verità, la rivoluzione non avvenne grazie a Mussolini, che nel frattempo aveva acquisito grandi capacità politiche e manovriere. La fecero i ras, quasi tutti ex socialisti pure loro. Una rivoluzione che faceva i conti interni al socialismo. La stessa che dopo qualche anno probabilmente avrebbero attuato i comunisti, se nel frattempo non fossero stati esiliati in Russia o incarcerati in Italia dai fratelli in camicia nera. Riteniamo quindi di poter sostenere che i protagonisti di quegli anni furono le quattro anime del socialismo italiano, a nessuna delle quali pensiamo che Camillo sia appartenuto. Egli fu sicuramente e ideologicamente un riformista, pur permanendo nella pratica un rivoluzionario, in quanto rifiutò sempre di accettare una strategia riformista che prevedesse una collaborazione con le forze liberali. Sappiamo che non fu mai massimalista, in quanto convinto interclassista; né tanto meno comunista, avendo compreso la grande truffa ai danni proprio di quel proletariato, in nome del quale agivano gli apparati del partito. Diede tutto ciò che poteva al socialismo, quando questo era una dottrina progressista e umanitaria e non una chiesa classista. Nonostante gli impegni della fabbrica, Camillo tentò più volte il ritorno all’impegno politico: con l’USI, nato e morto nello spazio di un biennio e, nel febbraio del 1922, rinnovando a livello giornalistico l’impegno politico con «Tempi Nuovi», guardando senza prevenzioni al fascismo come portatore di profondi cambiamenti. Nel 1922 la linea del giornale era chiaramente favorevole al fascismo. Alcuni redattori erano dei social-nazional-patrioti quasi entusiasti, mentre Camillo, con lo spirito che sempre lo contraddistinse, era più critico nei confronti del fascismo trasformista, del fascismo che abiurava le idee repubblicane e scendeva a compromessi con la monarchia, del fascismo che, nelle elezioni dell’anno prima, aveva fatto il patto elettorale con l’odiato ed esecrato Giovanni Giolitti. Non del fascismo degli squadristi, né dei “fascisti della prima ora” a cui appartenevano alcuni suoi amici torinesi. Camillo diffida di Mussolini. Eppure entrambi sono pragmatici: la differenza è che, mentre Camillo ha dei princípi ben saldi e da questi non è disposto a scostarsi, Mussolini è il classico politico che adatta i propri princípi al mutare della politica e ai giochi di potere. Ma Camillo fu soprattutto un industriale. Un industriale geniale che dal nulla aveva creato una fabbrica tecnologicamente avanzatissima, una fabbrica sociale dove non esistevano conflitti, e non perché il padrone fosse paternalista (in fabbrica Camillo era severo e pretenzioso), ma perché era coerente con ciò che aveva sempre predicato in politica. Mussolini, molto più duttile, fece il compromesso con Giolitti; dando quasi nulla, ottenne in cambio la legittimazione parlamentare. In qualche modo mise il morso al “rassismo” e conferì un minimo di ideologia a quel nuovo partito che si era rafforzato, soprattutto, con grandi iniezioni moderate. Ora, colui che era già chiamato il Duce del Fascismo, si apprestava a presentare il conto al paese e, soprattutto, alla sua classe politica. Camillo temette, di questo fascismo, non solo l’opportunismo italico che conosceva bene, ma soprattutto l’annacquamento dello spirito rivoluzionario del movimento originario. A testimonianza, abbiamo selezionato gli articoli più significativi dell’annata 1922 di «Tempi Nuovi»: Camillo, che aveva fondato quel periodico, scrive il fondo di presentazione del primo numero.

Con questo giornale si circonda, se non di giornalisti professionisti nel senso stretto della parola, di commentatori politici di prim’ordine. Purtroppo, a parte le firme dei cosiddetti tecnici dei vari settori, chi scrive di politica lo fa sotto pseudonimo o addirittura non firma, come fa lo stesso Camillo in alcuni pezzi in cui crediamo di aver identificato la sua penna, ma soprattutto le sue idee, che abbiamo imparato a conoscere.

Uomini e Cose […] Abbiamo una classe dirigente formata da un’accozzaglia eterogenea di politicanti, per la massima parte avvocati, che non hanno né capacità, né intelligenza, né onestà, che hanno condotto il paese alle disastrose condizioni presenti preparate da un cinquantennio di malgoverno di cui la guerra non ha fatto che rendere più evidenti gli effetti. Le nostre istituzioni imitate malamente dalle istituzioni inglesi di cento anni fa, istituzioni tutt’altro che perfette in se stesse e che mal si adattavano al nostro paese, hanno reso possibili che alla direzione della pubblica cosa fossero chiamate persone troppo inferiori al loro compito. I capi bolscevichi paesani vanno predicando che solo la classe dei lavoratori manuali è capace di buon governo, e, con la lustra di un’egualianza che non è che una menzogna cerca di promuovere la dittatura del proletariato che in pratica sarebbe la tirannia di pochi operai dei grandi centri industriali. Piuttosto che l’attuale dittatura degli avvocati, delle banche, e della burocrazia saremmo quasi tentati di augurarci un po’ di dittatura proletaria, se non fossimo convinti che questa, per ragioni di altro genere, sarebbe altrettanto cattiva dell’attuale, e probabilmente peggiore; ci condurrebbe poi inevitabilmente ad una reazione, come sempre avviene quando una minoranza, non sufficientemente forte e preparata, si impossessa con un colpo di mano del potere e vuole mantenervisi. Noi auspichiamo la formazione di una classe dirigente che abbia la qualità per dirigere […].

Camillo esprime i concetti a lui cari, relativi al basso livello dei politici italiani. Il suo atteggiamento, nei confronti dei socialisti ufficiali e dei comunisti, questa volta è esplicito nella condanna della loro linea politica, ma soprattutto dell’ideologia di fondo che li anima, appiattiti sul bolscevismo. Camillo ha ragione di essere fortemente critico. Mentre i socialcomunisti, pur litigando ferocemente tra loro, sono impegnati a sognare la rivoluzione, i fascisti stanno davvero diventando un partito di massa. Anche se Mussolini è riuscito a condizionare i ras, gli squadristi continuano le azioni violente contro i rossi, con qualche divagazione nei confronti dei bianchi (popolari) e dei verdi (repubblicani), forse per sottolineare il loro attaccamento ai colori della bandiera. Non sono tuttavia solo offensive squadriste, essendoci stato un salto di livello. Italo Balbo, infatti, indirà una grande manifestazione di braccianti (quarantamila) sui temi sindacali e le rivendicazioni verso il governo della categoria. Sono nati nel frattempo, diretti da Rossoni, anche i sindacati fascisti. Mussolini si occupa di politica estera e va in viaggio in Germania. L’uscita di scena di Bonomi dalla Presidenza del Consiglio sancisce definitivamente il disimpegno fascista. Mussolini auspica, in tanto marasma, una dittatura militare. Sul primo numero di «Tempi Nuovi» Ivanhoe Bonomi viene così presentato:

È un galantuomo. In un paese che ha potuto essere governato per due decine d’anni da Giovanni Giolitti, per tre o quattro anni da Nitti, non può meravigliare che un galantuomo, non riesca stare al potere. Coll’onestà in Italia non si governa, almeno fino a che la camera è l’espressione morale degli uomini che l’hanno creata. Non si può governare onestamente in un ambiente di camorristi, dove la cosi detta democrazia non è altro che un’avida muta di cani anelanti il potere.

[…] Coloro che gli succederanno non faranno di meglio, ma troveranno modo di contentare, se non il paese, certo i suoi più o meno sinceri rappresentanti, distribuendo prebende, soddisfacendo interessi particolari, creando nuove clientele emanando alla burocrazia maggiori poteri. In Italia non si governa che in due modi, o con la dittatura o col decreto di scioglimento in tasca […].

L’autore di questo articolo, che si firma con uno pseudonimo di ispirazione mitologica, Anteo, e di cui non abbiamo scoperto le coordinate anagrafiche, sarà per tutto il 1922 il commentatore politico di punta. Da come scrive, penso non sia alla prima esperienza e non si direbbe di formazione socialista; sicuramente è un patriota nazionalista e nel giornale è il più vicino al fascismo. Invece l’articolo intitolato Socialisti e popolari riteniamo possa essere attribuito a Camillo.

La collaborazione tra socialisti e popolari è l’argomento del giorno. Da qualche parte è attesa con curiosità, da altra con timore, da molti e forse con più ragione, con scetticismo. Che un’unione sia possibile, forse anche probabile, non escludiamo, ma che possa rappresentare effettivamente un’unione dei due partiti, è cosa assai difficile, non solo, ma quando avvenisse, non potrebbe che essere a danno di entrambi gli organismi. […] Il partito popolare, checché dissimuli sotto la sua etichetta, dopo aver perduto il nome di partito clericale, è un partito che ha il suo fondamento morale nel principio divino e quindi nel riconoscimento di una gerarchia che dalla autorità di Dio riceve la sua investitura. Ne deriva tutta una concezione della vita sociale che diverge immensamente dalla concezione socialista, e mentre il precetto evangelico predica la rassegnazione, l’armonia delle classi, il socialismo, come è inteso dal partito organizzato, ha per postulati la lotta delle classi e la ribellione contro la società, quale essa oggi è formata. […] Vero è che tanto il partito socialista quanto il partito popolare hanno due anime, due correnti, se non opposte, certo divergenti. Così nell’uno che nell’altro ci sono i destri, che accettano i postulati del partito con molte riserve e più specialmente come finalità molto lontana, convinti della loro impossibile completa attuazione, ma nella fiducia che quei postulati valgano ad avvivare la società attuale verso un assetto migliore. […] E ci sono così nei socialisti che nei popolari, i sinistri, cioè i convinti della possibilità di realizzazioni prossime di determinate soluzione dei maggiori problemi e che, generalmente, giurano in verba magistri, gregari disciplinati, ma poco studiosi e anche poco colti, che i capi cercano di tenere a freno, ma con i quali debbono fare i conti, perché sono veramente la massa operante e pesante nei risultati elettorali. Che le due ali estreme dei due partiti possano incontrarsi nella passione demagogica e nella visione apocalittica di un bengodi economico a breve scadenza è cosa che riesce facilmente concepibile […].

Queste considerazioni ci sembrano di grande interesse. Il fascismo inizia a fare veramente paura; Don Sturzo, poi, non risparmia critiche, tanto che lo squadrismo degna della sua attenzione anche le organizzazioni che fanno capo ai popolari. Naturale, quindi, che qualcuno ipotizzi una possibile collaborazione tra i due grandi partiti popolari. Si discuterà molto su questa occasione mancata. Ma ci fu veramente? L’articolo parte mettendo in luce le differenze tra il pensiero cristiano e quello socialista, che ormai più che socialista è bolscevico. Poi coglie un aspetto interessante e chiarificatore del perché l’estensore non si augura avvenga una simile collaborazione, ovvero la reciproca demagogia e scarsa competenza che deriverebbe dall’incontro dei due gruppi. Sarà questo un tema che tornerà d’attualità cinquant’anni dopo, questa volta andando in porto parzialmente e con risultati che daranno ragione a «Tempi Nuovi». Sicuramente di Camillo, invece, è l’articolo su Filippo Turati.

Filippo Turati

Conosco Turati da trent’anni e gli sono amico. È una brava persona, il che, trattandosi di un uomo politico, non è piccolo elogio. Non è uomo di azione: in lui lo spirito critico predomina e senza renderlo scettico, lo rende qualche volta perplesso nelle decisioni e gli fa piuttosto preferire le soluzioni dilatorie a quelle risolutive. Se non fosse stato così nel marzo del 1894, dopo le giornate di Adua, e forse sulle prime giornate di maggio del 1898 avrebbe potuto promuovere un moto che avrebbe portato a profondo rivolgimento politico e sociale (più politico che sociale) nel Paese, moto che, io credo sarebbe stato allora salutare. Invece ebbe paura di assumersi una responsabilità e nicchiò quando sarebbe stato necessario essere pronti e audaci: alla folla che domandava la parola eccitatrice e guidatrice egli preferì rivolgere la frase dilatoria che non fu sufficiente a trattenere l’impeto, ma ne smorzò il vigore si da impedire una possibile vittoria, dar agio alla reazione di trionfare se pur per breve tempo. Così tutta la sua tattica in relazione con le tendenze e con l’azione del partito socialista è improntata ad un’indecisione che è in fondo dovuta al suo animo intimamente onesto e non settario, come quello della maggior parte dei suoi colleghi, ma che lo rende inadatto a capeggiare un partito che, come è stato e condotto e reclutato in questi ultimi anni, deve essere un partito di azione e forse di rivoluzione se vuol vivere. La sua azione come uomo parlamentare è stata nefasta: di lui si può dire il contrario di quello che Goethe fa dire a Mefistofele: “Egli è l’uomo che pensa il bene e fa il male”. Le provvidenze da lui escogitate in favore dei postelegrafonici, certamente ispirate al concetto di assicurare a questi addetti ai pubblici servizi una vita decente che avrebbe dovuto servire a migliorare il servizio, per errori nei quali non sarebbe incappato se avesse avuto più conoscenza degli uomini e dell’industria, ottennero invece l’effetto di abbassare enormemente il rendimento degli impiegati e furono una delle cause del marasma di cui è afflitto questo importante servizio […]. L’ultimo passo al Quirinale, per chi conosce del Turati l’animo alieno da basse ambizioni, sa che deve essergli costato non poco sacrifizio, ma non so quale ne sarà il risultato. Il primo sarà certamente quello di farlo mettere all’indice sovra tutto da quelli dei suoi compagni che si ripromettevano i più grandi benefici personali e di partito, se egli avesse preso parte a un ministero. Io giudico il Turati certamente un uomo di grande ingegno, grande coltura e animo retto, ma mancante di energia e capacità di coordinare il fine che si propone, ai mezzi e agli uomini che si hanno a disposizione ed all’ambiente in cui si opera.

È il necrologio di Turati steso da Camillo, e il de profundis al socialismo possibile. A Bonomi successe Facta, una sbiadita controfigura di Giolitti, il quale formò un gabinetto con i popolari, collezionando nemici in folta schiera: socialisti, comunisti e fascisti. Il mancato ingresso nel governo dei fascisti consentirà a Mussolini di avere quelle mani libere che gli permetteranno di raccogliere l’invito dannunziano alla marcia su Roma. Questo avvenne durante le giornate in cui i fascisti reagirono allo sciagurato sciopero generale promosso da socialisti e CGdL per il ritorno alla legalità. In quell’occasione Mussolini decise che avrebbe affrontato a viso aperto le sinistre che giudicava ormai in crisi. Lo sciopero fallì proprio tra i cosiddetti rivoluzionari: operai e braccianti. Riuscì parzialmente tra i dipendenti pubblici, e qui i fascisti ebbero un’alzata d’ingegno: sostituirsi a tranvieri e ferrovieri conquistandosi il plauso unanime dei moderati e… degli utenti. La seconda alzata fu di invitare a un fatidico balcone il Vate che si trovava a Milano, il quale, pur adirato con Mussolini, non seppe resistere alle spacconate. Parlò nuovamente della marcia su Roma… Mussolini non si lasciò scappare l’occasione, prendendo per buone le proposte di D’Annunzio. La marcia l’avrebbe fatta: al poeta non restava che ritirarsi al Vittoriale (che allora non si chiamava ancora così). Avvenne pure un fatto misterioso: il poeta cadde dalla finestra della villa riportando varie fratture. Si ipotizzò che fossero stati i fascisti, per liquidare definitivamente le velleità di D’Annunzio, cosa mai provata e d’altronde improbabile, in quanto la posizione di Mussolini era ormai tale da non aver bisogno di ricorrere a simili metodi: se poi si tiene conto che il poeta se la cavò, e non accennò mai a un’aggressione fascista, la caduta pare accidentale. Ecco il parere di Tempi Nuovi sullo sciopero generale:

L’irruzione fascista che uno stupido sciopero generale ha provocata, ha ricacciato indietro le falangi socialiste di molti anni, ma ha riportato il socialismo nuovamente alle sue fonti prime. In realtà quello che il fascismo ha fatto, in forma violenta, non è altro che l’opera svolta trent’anni fa dai socialisti contro gli avversari capitalisti e clericali. È stata la reazione contro una tirannia che era venuta costituendosi attraverso partiti ed organizzazioni economiche, e non sarà facile compito quello dei dirigenti del fascismo l’impedire che alle vittorie dell’oggi in nome di una libertà che era stata soffocata non subentri una nuova tirannia. Il passaggio di masse operaie al fascismo, mentre dimostra che all’iscrizione al partito socialista, ed al comunista, non aveva presieduto mai una sincera convinzione, ma il solo interesse materiale, fa ritenere che i nuovi adepti del fascismo sono ancora malati della stessa febbre di avidità del guadagno e di predominio e che siano portati ad abusare in nome del fascismo, come abusavano in nome del socialismo e come sarebbero pronti ad abusare in nome del popolarismo. Le rapide conversioni non danno mai affidamento. I capi riformisti del socialismo sembrano aver perduto la testa in questo periodo di convulsioni sociali: sono passati dal collaborazionismo più spinto al rivoluzionarismo più sfacciato, e si sono rapidamente svalutati sia presso le masse, sia presso la classe borghese la quale non riesce a comprendere questi fenomeni. Ora il disorientamento dei migliori elementi riformisti ha la sua radice nella scarsa sincerità, nella assoluta mancanza di coraggio civile. Già la guerra aveva messo a dura prova le loro anime. Quasi tutti interventisti per ragionamento e per la comprensione della ineludibilità della guerra, quasi nessuno di essi ha il coraggio di mettersi contro la tendenza antinazionalista e coloro che osarono, sono oggi l’avanguardia del fascismo. Ma diversamente sarebbero andate le cose se gli elementi più autorevoli, i Treves, i Turati, i Modigliani avessero presa posizione secondo il loro intimo sentimento che si sforzarono invece di nascondere. Ma più grave, psicologicamente, fu per essi il bolscevismo trionfante. Bisogna rifarsi all’epoca iniziale del socialismo per comprendere il come e perché siano entrati nel socialismo molti elementi borghesi studiosi di economia sociale e perciò moralmente preparati a rendersi conto dell’impossibilità, almeno per lungo periodo di tempo di un regime socialista, il quale presumeva, come per il regime anarchico, una modificazione profonda della psiche umana. Il sorgere del socialismo rappresentò la formazione di un partito che voleva essere sinceramente democratico sulle rovine di tutti i partiti sedicenti democratici, la cui azione così politica che economica era nulla […]. In quel momento essi dovevano avere quel coraggio che era già loro mancato nei rapporti della guerra, dovevano cioè parlar chiaro alle masse e dire che l’evoluzione del proletariato non può essere la conseguenza della sua assunzione al potere, ma deve esserne la causa. Non seppero e non vollero trarre dalle esperienze socializzatrici fatte dalla borghesia la deduzione della impossibilità di applicare il socialismo nelle sue estreme finalità, e anzi vellicarono coi peggiori rivoluzionari le masse, col concetto che quello che la borghesia non aveva saputo fare, lo avrebbe saputo fare il proletariato, dimenticando che se la borghesia mancava di fede aveva però la cultura, la tecnica, la conoscenza dei problemi che il proletariato ignorava.

Non abbiamo dubbi che chi scrive sia Camillo, sia per i giudizi sugli errori socialisti sia per la denuncia del trasformismo in politica, ma soprattutto perché è sfacciato anche nei confronti del fascismo. Camillo sta assistendo allo spettacolo poco edificante dei “voltagabbana”. Il fascismo sembra inarrestabile, da destra e da sinistra fitte schiere andranno a rimpinguare le fila, naturalmente con lo sconforto dei fascisti della prima ora. Interessante l’analisi sul Congresso Socialista:

 Il Congresso Socialista

[…] Oggi buona parte del proletariato, sebbene non ancora la maggioranza, si volge al fascismo, ma come fu ripetutamente osservato e come rilevano acutamente i migliori fascisti, il fenomeno è dovuto non a evoluzione di coscienze, ma da un lato a stanchezza originata dalle infinite beghe dei diversi socialismi e dall’altro lato alla speranza di trovare nel fascismo tutto ciò che il socialismo, oggi fatto debole, non può più offrire. Pertanto che il proletariato militi nel partito socialista, o nel partito popolare, o nel partito fascista, nulla potrà sperare di bene il Paese se non se ne modifica la mentalità, guasta così, dalla propaganda dell’uno partito che dall’altro, escluso il fascista che fin’ora ha bene predicato e non ha avuto il tempo di razzolare male. La massa operaia in quanto tale, cioè la parte composta di coloro che lavorano ed amano il lavoro, è abbastanza malleabile così da potersi sperare di portarla ad una visione più serena e più equanime del problema sociale. Non è difficile, ed in molti casi particolari, anche nei momenti di lotta più netta, l’esperienza è stata favorevole, di convincerla che l’interesse suo cammina di pari passo coll’interesse dell’industria. […] Ora, quale sia la strada che prenderà l’uno e l’altro dei partiti socialisti usciti dall’ultimo congresso, quali abbiano ad essere le direttive della Confederazione del lavoro, che molto probabilmente si staccherà dal partito socialista per riprendere la propria indipendenza, c’è un lavoro grande e interessante da fare nella classe lavoratrice… Questo dei socialisti fu l’ultimo congresso con la possibilità del ritorno alla ragione. Turati, con grande ritardo sulla storia, aveva tentato di spingere il socialismo italiano a cogliere l’ultima occasione per scongiurare il peggio, e quindi fornire a Giolitti l’appoggio necessario per un nuovo governo. Questo valse a lui e agli adepti l’espulsione. Per la verità il partito, indebolito dalla scissione comunista, ma soprattutto dalla trasmigrazione di massa verso il fascismo, fece registrare una vittoria di misura dei massimalisti. Nasceva tardi, troppo tardi, il Partito Socialista Unitario. L’ultimo rifugio dei riformisti.

Riportiamo senza commentare gli articoli seguenti, in quanto ci offrono uno spaccato sufficientemente chiaro di come Camillo e i redattori di «Tempi Nuovi» stiano vivendo la vigilia della marcia su Roma. Il fascismo non si è ancora impossessato del potere e già questi uomini colgono con preoccupazione gli aspetti deteriori che stanno accompagnando l’irresistibile ascesa di Mussolini verso la possibile guida del governo.

La catastrofe del socialismo reggiano

Non è senza malinconia che si leggono i risultati delle elezioni comunali di Reggio Emilia. Pur facendo la debita parte anche alla corruzione, alla violenza come diranno i socialisti, il fenomeno assume proporzioni inquietanti, non per l’avvenire del partito socialista, ma per la serietà del nostro corpo elettorale. È evidente a giudicare dalla percentuale dei votanti, che i socialisti non si sono astenuti, ma hanno votato, o coi fascisti, o coi popolari. Ora la conversione è troppo repentina se i socialisti hanno votato coi fascisti e altrettanto è se hanno votato coi clericali, visto che questi hanno appena raggiunto 4000 voti contro oltre diecimila dei fascisti. Ma anche ammettendo che i socialisti deplorino i sistemi usati dai loro dirigenti e che ne dissentano, pare a noi che, quando pure una evoluzione del pensiero sia in essi maturata e che essi convergano al fascismo in piena buona fede, tuttavia un certo senso di pudore avrebbe dovuto consigliare loro l’astensione. Anche nelle conversioni si va per gradi e se si spiega una lenta evoluzione di coscienze, è veramente desolante questo vedere dare il calcio dell’asino a uomini che avranno avuto i loro torti…

Il Fascismo

Il contrasto tra le direzioni dei partiti e i loro rappresentanti in Parlamento è fenomeno antico e comune in Italia e forse in tutti i paesi. È un fenomeno perfettamente culturale, che conferma l’osservazione già fatta e cioè che tutto è relativo al punto di vista da cui uno si mette. Il punto di vista della direzione di un partito, come quello della maggioranza degli iscritti al partito medesimo è naturalmente diverso da quello dei deputati, che vivono nell’ambiente di Roma, così sostanzialmente diverso da quello delle altre città. Si è perciò che dobbiamo essere molto cauti nella critica dell’azione parlamentare e che sarebbe eccessivo fare appunto ai deputati che non possono seguire quella rigida linea che un partito vorrebbe, e nel caso specifico non possiamo far carico ai deputati fascisti se essi hanno perduto, lungo la via che conduce a Roma, molta parte delle loro primitive energie. Ma ciò premesso, non dobbiamo neppure tacere che il mutamento avvenuto nella psicologia della rappresentanza parlamentare fascista è troppo forte e minaccia di minare l’organismo stesso del fascismo. Il fascismo è stato alle sue origini un raggruppamento di uomini e di idee molto diverse, patrocinanti interessi molto differenti e forse talvolta contrastanti, ma tutti concordi nel reagire contro le forze dissolutive del paese, perché tutti gli interessi, ideali e materiali, che il fascismo rappresentava, venivano naturalmente colpiti dal tentativo di riunire la compagine nazionale. Qualunque cosa accada, quali possono essere i pervertimenti e le deviazioni del fascismo, nulla potrà cancellare le grandi benemerenze che esso ha verso la Patria. E si può anche ad esso molto perdonare perché ha fatto un bene immenso alla nazione. Però appunto la circostanza che il fascismo era l’espressione di forze diverse, ma convergenti in un punto nobile ed elevato, dimostra che il fascismo non è altro, in ultima analisi, che la estrinsecazione di quel senso di ribellione che in ogni tempo ha animato la gioventù italiana contro ogni tentativo di sopraffazione del sentimento nazionale, ed una delle tante forme in cui il lievito giovanile, patriottico, sentimentale andò in svariate maniere manifestandosi. Così il fascismo può, tenuto conto delle debite distanze, considerarsi come la Giovine Italia dei tempi Mazziniani, l’irredentismo dei tempi di Oberdan, il fiumanesimo. Ne consegue che difficilmente un aggruppamento come il fascismo poteva trasformarsi in partito senza perdere gran parte delle sue caratteristiche e così è avvenuto. Anche se vogliamo ammettere al partito nazionale fascista un contenuto programmatico concreto e positivo, è purtroppo vero che le sue manifestazioni politiche non corrispondono affatto a quello che era la principale direttiva del fascismo nella sua entrata nell’agone politico parlamentare. Chi ha seguito la lotta elettorale del 19 e del 21 non ha potuto fare a meno di notare che il fascismo voleva essere soprattutto un elemento moralizzatore della vita pubblica italiana ed era perciò accanitamente, ferocemente antigiolittiano e antinittiano. A pochi mesi di distanza dalle ultime elezioni, il fascismo è già filogiolittiano, e di questo passo potrà anche diventare nittiano. Ma così facendo, il fascismo non è più fascismo, diventa una delle tante incarnazioni della cosidetta democrazia, contro la quale il Mussolini lancia i suoi strali, con perfetta ragione, di quella democrazia vuota di pensiero e incapace all’azione, il cui unico programma è salire al potere e mantenervisi il più a lungo possibile, a qualunque prezzo, con qualsiasi mezzo. Ora noi crediamo necessario al paese che un fascismo esista, cioè che si mantenga, così nella vita della nazione, come nell’ambito del Parlamento un raggruppamento, anche se costituito da uomini non perfettamente concordi, nel programma economico, o nel programma politico che abbia per sola visione il risanamento morale e politico del paese. Bisogna, a nostro avviso, instaurare la morale, la dignità, la giustizia, tutte prostituite a bassi interessi ora personali, ora collettivi. Se il fascismo traligna, se dimentica le sue origini ed insieme le sue, per quanto giovani tradizioni, occorre che se ne stacchino le forze vive che vi hanno aderito in omaggio a un principio rigido di inflessibile morale e si costituisca un’altra falange, che non sottometta ad esigenze elettorali o parlamentari l’esplicazione della sua azione. Con questo principio, con questi criteri noi vogliamo influenzare, in quanto dipende da noi la vita pubblica. E se l’avvenire dimostrerà che è un’illusione credere alla possibilità di un governo onesto e di un regime di giustizia, resteremo gli ultimi illusi.

Anteo

La violenza

I continui conflitti tra fascisti e socialisti, tra fascisti e comunisti non possono fare a meno di turbare l’animo di tutti i buoni cittadini. Non è qui il caso di vedere se il Governo compie o meno l’opera sua, perché il Governo, qualunque esso sia, che esce da una camera quale è l’attuale, non può vivere che di compromessi. Costretto, come dicemmo, più volte a studiare unicamente il modo di difendersi dai continui assalti dei gruppi, tanto amici che nemici, non può dedicare le sue cure ai problemi più vitali del paese e deve vivere alla giornata. Coloro che difendono il Parlamento contro gli attacchi dei fascisti dovrebbero pur riconoscere che, quale esso è uscito dalle ultime elezioni e quale prodotto di una legge pessima, esso giustifica tutte le critiche. Lavoro attivo il Parlamento non ne fa e non ne farà mai, fino a che non saranno modificate le leggi che lo regolano. Esso non è e non sarà mai l’espressione del paese ed è naturale pertanto che si formino nel paese dei nuclei che tendono a sostituirsi al Governo. Tutto ciò è male e ne conveniamo, ma quando si discutono i rimedi sorge il disaccordo e si lasciano andare le cose per la propria china, che è una gran brutta china. Pareva che una certa pacificazione fosse avvenuta e vi fu un momento in cui il paese si mostrò relativamente tranquillo. Poi tornarono i conflitti e si acuirono. Perché? Pur lasciando ai fascisti la loro parte di responsabilità, che non è lieve, bisogna riconoscere che pacificazione non doveva avvenire solo citazione parte formale, ma doveva penetrare la sostanza dei partiti in lotta. Decidere di non ricorrere più ai mezzi violenti è una bella cosa, ma a condizione di fare colla stampa e con la propaganda opera diversa da quella che si faceva in precedenza. Sconsigliare la violenza, ma provocare continuamente con ingiurie e vilipendi, con gravissime offese agli avversari è creare nuovamente lo stimolo alla violenza, è creare le occasioni di fatti di sangue, e determinare insomma quelle condizioni d’animo di cui i conflitti sono l’estrinsecazione materiale. In questa forma di violenza verbale e scritta si sono distinti particolarmente comunisti e socialisti, forse per abito mentale lungamente acquisito. È noto infatti che nel partito socialista, bastava che un iscritto osasse manifestare qualche idea contraria a chi dirigeva la barca del partito stesso, per essere immediatamente qualificato di traditore, di rammollito, di venduto…

L’ora critica del fascismo

Abbiamo sempre considerato il fascismo come una delle tante espressioni dell’anima italiana che non tollera sopraffazioni e che al momento opportuno si manifesta contro qualsiasi tendenza reazionaria e antiliberale. La cecità dei governi che si sono succeduti dopo la guerra ha fatto sì che il fascismo, da fenomeno passeggero, diventasse un fatto stabile e si trovasse costretto, suo malgrado forse, a trasformarsi in partito. Il programma del fascismo subì anch’esso notevoli trasformazioni e si potrebbe dire di esso quel che ebbe a dire una volta Turati del socialismo: “Il fascismo si fa giorno per giorno”. Ma questo divenire del fascismo crea anche al fascismo delle difficoltà sempre crescenti e probabilmente il suo trionfo, che la debolezza dello Stato ha reso necessario e benefico, lo mette alquanto in imbarazzo. Il caso non è nuovo. Fino a che un partito può rimanere all’opposizione, la sua situazione è brillante, il successo va continuamente crescendo perché la critica è facile, ma quando un partito si avvicina al potere, le responsabilità diventano gravose e gli adepti al partito reclamano qualche cosa di tangibile. I fascisti chiedono ora lo scioglimento della Camera perché essi ritengono di non avervi adeguata rappresentanza. Ciò è probabilmente vero, ma non è a nostro avviso una buona ragione per creare un’altra camera, e non già perché in linea di diritto l’eccezione dei fascisti non meriti accoglienza, ma perché anche modificando la rappresentanza fascista, la nuova camera non potrebbe dare migliori risultati dell’attuale […] La massa elettorale fascista ha molte probabilità di accrescersi in una futura elezione. Avverrà di esso come per il partito socialista che fu limitato di numero finché l’essere socialista rappresentava un sacrificio e un pericolo, ma che appena fu così forte da poter essere temuto e non perseguitato, divenne il ricettacolo di tutti i i procaccianti e di tutti gli speculatori, come di tutti gli arrivisti, che seppero in breve tempo e, salvo rare eccezioni, sopraffare tutti gli elementi onesti che nel socialismo avevano portato onestà e fede…

Crisi di coscienza

In vario modo è stato commentato in questi giorni il passaggio delle organizzazioni dei lavoratori ai Sindacati fascisti: noi crediamo che tali passaggi di classe poco evoluti e coscienti solo dell’immediato, non possano che minare la vitalità del fascismo. In questi ultimi giorni si è visto quali erano e come erano sentiti gli ideali socialisti nell’animo dei lavoratori: questi hanno dimostrato di non saper vedere che il loro utile immediato. Sta bene che la colpa di questa ineducazione proletaria è stata in parte dei falsi profeti e specialmente di quelli dell’ultima ora che promettendo mari e monti e con un miraggio irreale di benessere hanno inculcato nelle masse uno spirito eccessivamente utilitario. Tale nel precipitoso dopo guerra il vero stato delle nostre masse; organizzazioni e organizzatori ne sentono ora le conseguenze. Il fascismo anziché partire verso fini utilitari immediati è sceso in lotta allo scopo di salvare il paese dalle calamità che le predicazioni bolsceviche minacciavano; e nel cammino aspro di tale lotta la Nazione stessa lo ha seguito con uno sguardo di non dubbia simpatia. Ora ammettendo nelle sue file quelle organizzazioni che si sono staccate dal partito socialista per il solo fatto che questo non poteva più dare loro protezione, il fascismo riuscirà ancora a mantenersi quale era al suo sorgere? […] Quelli che da due anni a questa parte hanno seguito lo svolgimento dell’opera fascista ed hanno visto in casa la naturale reazione della nazione sana contro le false teorie bolsceviche, che ha combattuto contro tutto quello che vi ha di male in un partito, ora non possono non sentire un vivo dolore vedendo il fascismo, che sceso in campo soprattutto come anti partito dopo averne assunto il nome, imita i sistemi ed assorbe gli elementi che formano i partiti nemici, elementi che da un giorno all’altro non possono inebriarsi di quegli ideali verso i quali il fascismo è mosso e che il fascismo stesso hanno alimentato e aiutato. È possibile che le organizzazioni operaie che oggi passano al fascismo sentano l’amore di patria quando nemmeno in tempo di guerra quell’alto amore è riuscito a scuoterli? E quale sarà l’atteggiamento dei primi fascisti, quelli ritornati dalle trincee, di fronte ai nuovi venuti? Riusciranno quelli a dimenticare l’imboscamento di questi? Riusciranno a dimenticare i 50 centesimi e la vita di dolore e di fame, di fronte alle paghe degli operai ed alle loro notti di comodo sonno e di discutibile piacere? Con questo non vogliamo stuzzicare odi, ma non possiamo non far presenti tutti quei fattori che rendono impossibile al fascismo di continuare nell’opera patriottica che si era proposta da una parte, e dall’altra finirà ben presto per inimicarsi la massa operaia che male abituata nel periodo di guerra e di dopo guerra dalle organizzazioni, non si aspetta altro che aumenti di salari, diminuzioni di ore lavorative, anche quando ragioni di ordine economico imporrebbero una rinuncia da parte di essi…

Il discorso di Mussolini

Abbiamo letto il discorso tenuto da Mussolini ad Udine e letto con attenzione perché il pensiero del suscitatore del fascismo può avere un’influenza nella storia del domani come indubbiamente ne ha avuto sulla storia di ieri. È vero che di Mussolini si può credere molto più a quello che fa che non a quello che dice ed in genere egli opera meglio di quello che parla. Basta ricordare che lui nella sua qualità di direttore dell’Avanti! che inventò la frase – neutralità ad ogni costo – che divenne il motto del neutralismo tedescofilo e che bastò a svalutare la neutralità italiana; la susseguente sua opera così meritoria a favore della patria non poté riparare a tutto il male fatto da quella frase malaugurata. Il discorso di Udine non è un buon discorso. Avrebbe fatto meglio a non farlo se specialmente il fascismo ha desiderio di impossessarsi del potere e di usarlo per instaurare un novus ordo che non sia il disordine ed il nullismo che la pavida borghesia, che egli dichiara giolittiana, ha lasciato instaurare… […] Le parole di oggi vincolano più o meno il domani e le parole sulla Dalmazia e gli accenni irredentistici sulla bocca di chi domani potrebbe essere chiamato a esercitare un potere che, date le premesse del fascismo, potrebbe essere quasi dittatoriale, possono essere il preludio di una nuova guerra. […] Migliore è la parte relativa alla politica interna del fascismo, per quanto ci sembri che egli voglia prepararsi un’andata al potere senza troppe opposizioni, anzi con l’aiuto di quelle stesse istituzioni monarchiche che egli poco tempo fa avversava, e di quelle masse contro cui lanciò i suoi strali, pur non potendo né sapendo farne a meno… […] Chi scrive è tendenzialmente repubblicano, non per un’ideologia di ordine storico, ma per ragioni di ordine pratico. Noi siamo federalisti nel senso che noi vorremmo scaricare lo Stato di moltissime funzioni e specialmente di quelle di ordine economico, per lasciarli alle regioni e ai consorzi di regioni. Abbiamo già svolto e svolgeremo ancora le ragioni per cui noi vogliamo questo autonomismo regionale, senza di cui non si potrà mai debellare quel cancro del paese che è la burocrazia. Ma appunto, quanto è maggiore l’indipendenza di funzionamento delle regioni, tanto maggiore deve essere la forza del governo centrale… […] Ora un governo forte non può non avere un capo responsabile che abbia le qualità direttive necessarie e il potere per esercitarle, coadiuvato da ministri che siano all’unisono con lui e la cui esistenza sia indipendente dalle mene dei politicanti. Ora un capo del governo di tal fatta ai nostri giorni non può essere che elettivo, perché non si può neppure pensare che il principio dell’ereditarietà possa darci di tali uomini che devono accentrare nelle loro mani un potere reale e responsabile, potere che necessariamente, per il logorarsi degli uomini e per l’evoluzione delle cose, non può durare che un numero limitato di anni… Camillo Olivetti Da Udine a Napoli, da Napoli a Roma ULTIMATUM Il discorso di Mussolini è un ultimatum al Governo. Nel discorso tenuto al teatro San Carlo e più ancora nelle poche parole pronunciate in Piazza del Plebiscito, egli dice apertamente che il fascismo vuol giungere al Governo per le vie legali e detta i termini di resa. Ma fa capire ben chiaro che è disposto a ricorrere alla forza se queste vie legali gli fossero contese come gli furono quando a lui che domandava cinque ministeri, gli fu offerto da Giolitti un ministero senza portafoglio, sperando si potesse ripetere con lui un gioco tanto bene riuscito con Bissolati. Non possiamo dare torto al Mussolini se a tal gioco non si è prestato. Egli sa di avere da parte sua la forza di un’organizzazione e, diciamolo, la debolezza degli avversari, e non si contenta “del piatto di lenticchie”… […] Nel togliersi un possibile intralcio egli abbandona quella tendenza repubblicana che aveva ispirato i primordi del fascismo e che vive ancora oggi nello spirito e nell’anima di una parte dei fascisti delle prime giornate che ormai vengono soverchiati dalle tendenze più conservatrici dei fascisti dell’ultima ora. […] Il fascismo è un partito o meglio un fenomeno perfettamente non legalitario, è una corrente assolutamente rivoluzionaria che si è imposta alle masse ed al Governo unicamente in causa della sua via insurrezionale. Esso ha potuto arrivare al governo senza barricate, per un’imposizione di forza, di quella forza che in ultima analisi è quella che decide (parole di Mussolini).

Ma come potrà il fascismo, arrivato al potere per vie legali, mediante un compromesso, sperare di risanare il paese? Dalla primavera, per giungere a quell’autunno, «Tempi Nuovi» coglie alcuni elementi che sono decisamente controcorrente rispetto alla storiografia consueta. Il paese si sta accodando al fascismo non certo per paura, ma per una profonda sfiducia nelle istituzioni, nel Parlamento e nei partiti di massa. Esistono poi chiaramente fenomeni di trasformismo, non soltanto a livello delle élite politiche, ma anche di massa. L’Emilia e la Romagna, rosse, stanno indossando la camicia nera; lo stesso fenomeno avviene nel sindacato, con intere organizzazioni di categoria che passano armi e bagagli al sindacalismo fascista. A questo punto Mussolini sente che è arrivato il momento propizio per dare la spallata definitiva e quindi attuare, lui, la “marcia su Roma” inventata da D’Annunzio. 

Di ciò parleremo in seguito.

Tito Giraudo, da “La fabbrica di mattoni rossi”