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L’inclusione delle donne migliora i processi politici, ma conciliare il lavoro con la vita è ancora per molte un obiettivo troppo difficile da raggiungere.

Le donne hanno dovuto combattere per entrare nelle “stanze dei bottoni” e stentano ancora ad avere posti di vera responsabilità. Anzi, ora faticano di più perché gli uomini hanno stretto le fila: la politica è ancora un “club per soli uomini”. È sempre un gruppo al maschile che decide se conferire una carica a una donna, e – quando lo fa – è principalmente per necessità burocratiche. Ma in questo modo la democrazia rischia di restare dimezzata. 

Avere più donne e più madri in politica significa anche promuovere modelli di vita in cui gli impegni del lavoro e le esigenze familiari coinvolgono ugualmente donne e uomini. 

Quale madre, ad esempio, può occuparsi di politica a tempo pieno se la conciliazione dei tempi e degli orari (ovvero la possibilità di gestire con equilibrio i momenti di vita professionale, privata, sociale) è ancora lontana? 

La cultura dello “sfinimento” che caratterizza l’epoca attuale fa sì che il lavoro pervada la giornata. Le donne  dovrebbero essere poste in condizione di potersi dedicare sia alla famiglia che al lavoro: invece per loro – a cui tradizionalmente è delegato il compito di cura di figli e di parenti anziani – il traguardo di posti di responsabilità è assai ostacolato, poiché restano schiacciate dalla gestione del quotidiano.

Sono stata nominata quasi cinque anni fa assessore nel Comune più grande nell’Area Metropolitana di Torino e quinto del Piemonte: Moncalieri. In un Comune con le dimensioni del nostro, far parte della Giunta non significa soltanto governare i processi, amministrare e, nel mio caso, svolgere compiti più squisitamente tecnici (il mio lavoro “da civile” è proprio la valorizzazione di beni e attività culturali). È necessaria infatti una forte presenza sul territorio, stare con la gente e ascoltare (cosa che con la delega alla Cultura accade in maggior misura, partecipando a numerosissimi eventi, solitamente di sera e nei fine settimana). 

Di base, l’impegno è poco compatibile con le esigenze familiari. Il tempo libero è quasi inesistente, molto ridotta è la possibilità di seguire figli, marito, parenti anziani, amici.

Allora, se si ha una famiglia, è essenziale – ed è una grande fortuna! – che questa ti segua: che il marito non ostacoli, ma stia “dalla tua parte” e collabori. Vale per tutte le donne in politica con cui mi confronto, da nord a sud, in Italia e all’estero. 

E, quando ci sono figli, la politica attiva è compatibile con la maternità? 

È senz’altro difficile per chi è madre di bambini piccoli occuparsi della vita pubblica: si può, a costo di grandi sacrifici da parte di tutti, rompendo l’equilibrio della famiglia tradizionale, con ruoli di genere specializzati e riorganizzando radicalmente la vita e i tempi familiari.

È un lavoro di squadra: il sostegno del compagno che si occupa dell’accudimento dei figli piccoli, della casa,  accettando limitazioni alle proprie responsabilità professionali e sottraendo a se stesso molto tempo libero; il supporto di una collaborazione domestica; l’iscrizione del bambino a scuole con orari dilatati e proposte extracurriculari. Supporti preziosi che però non cancellano l’assenza della madre.

Inoltre, in un quadro in cui la cultura di genere tradizionale permea tutto e che vede una classe politica tra le più mascolinizzate e anziane d’Europa, ovviamente gli uomini continuano a organizzare riunioni senza preoccuparsi di proporle in orari serali; e le donne che prendono parte al mondo della politica si vedono costrette ad adeguarsi ai modelli maschili.

Se l’attenzione alla dimensione di genere fosse parte integrante e trasversale di ogni decisione, la partecipazione politica delle donne potrebbe essere più larga. Si innescherebbe un circuito virtuoso in cui le donne potrebbero promuovere maggiori strategie di conciliazione e minori discriminazioni di genere, nonché provvedimenti determinanti per la parità. “Oltre a essere un diritto costituzionale, l’inclusione delle donne nei processi politici li migliora. Come dimostrato da molte ricerche, quando le donne si trovano in ruoli decisionali, vengono prese decisioni più inclusive e introdotte leggi e politiche più progressiste” ricorda John Hendra di UNWomen.

Ma sono necessari un cambiamento di mentalità e di cultura, l’abbandono del pregiudizio sociale e interventi concreti. Certamente in Italia negli ultimi 30 anni vi è stata una crescita della rappresentanza femminile nella composizione delle giunte comunali. L’incidenza delle donne sul totale degli amministratori è pari a circa il 30% con donne amministratrici che si confermano più istruite dei maschi (il 46% delle donne ha una laurea o un titolo post laurea, a fronte del 32 % degli uomini). 

Per incoraggiare la partecipazione femminile alla politica, sono state introdotte le c.d. quote rosa. In particolare, la doppia preferenza di genere ha garantito nelle elezioni locali un aumento significativo nella proporzione di donne elette nei consigli municipali (legge 215/2012). Ciò ha prodotto un aumento di donne elette e un miglioramento della qualità dei politici eletti (valutata attraverso gli anni di istruzione).

Non è però una conquista ottenuta per sempre. Nelle elezioni amministrative più recenti purtroppo si è registrato un arretramento: il numero delle candidate e, quindi, delle sindache elette è diminuito sensibilmente rispetto all’andamento degli ultimi anni. 

Le donne stentano ancora a essere rappresentate in politica, e non solo in Italia. Infatti, la politica è, nel mondo, la dimensione più critica per le differenze di genere, più della salute e dell’istruzione, della sfera lavorativa ed economica. 

Questo dipende, da un lato, dai partiti, dall’altro dalle stesse donne, poco inclini a candidarsi (mancanza di tempo, costi superiori ai benefici, ecc.). Le donne in effetti non sono confortate e ispirate da esempi di altre che sono arrivate ai vertici: le vedono, anzi, come testimonianze di sacrifici personali immensi. 

Occorre dunque che alla legislazione dell’uguaglianza formale e delle pari opportunità sostanziali, si affianchi un cambiamento di mentalità radicale, da parte di tutti.

Più donne in politica significa infatti migliore rappresentanza, minore corruzione, modelli di riferimento per le giovani generazioni femminili, un’agenda politica più inclusiva, che metta al centro temi tipicamente lasciati ai margini dai politici uomini (la famiglia, l’ambiente, la cultura) e un orizzonte temporale più lungo, a vantaggio dell’intera società. 

Detto ciò, una volta gestiti i sensi di colpa personali, sono convinta che il mio bambino – spesso da me coinvolto nelle iniziative culturali e politiche – stia facendo esperienze e acquisendo strumenti che da grande, se vorrà, potranno essergli utili. È una sorta di investimento culturale: il servizio che presto alla comunità è forse anche, indirettamente, a beneficio della mia famiglia.

Laura POMPEO

Assessore alla Cultura, al Turismo, alle Pari Opportunità della Città di Moncalieri 

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