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Ancora un articolo, suggerito dall’attualità, per ricordare lo straordinario impegno, ieri e oggi, delle donne nell’ambito dell’assistenza sanitaria e della cura alla persona in quei periodi in cui maggiore appare l’esigenza dettata dai fatti reali: da una guerra virale, come oggi, da una guerra con le armi, come accadde nella Prima Guerra Mondiale.

E la figura femminile che voglio ricordare oggi è quella di SITA CAMPERIO MEYER, fondatrice della Prima Scuola Ambulanza della Croce Rossa inaugurata a Milano nel dicembre 1908 e, nel 1912, dell’ospedale – scuola “Principessa Jolanda”, fucina di crocerossine e infermiere. 

La celebre giornalista Paola Baronchelli Grosson, che firmava i suoi articoli come donna Paola, raccontò in un ampio articolo dal titolo “Provvidenze di scienza e di umanità” pubblicato da “Scena illustrata”, lo straordinario impegno della Croce Rossa nei vari paesi impegnati in guerra: “La parte della donna, nella Croce Rossa, è grande: e tale l’hanno riconosciuta i governi che non hanno esitato a ricorrere ufficialmente al suo aiuto, ad arruolarla come un milite dal quale si esige carità ed assistenza bensì, ma anche disciplina, silenzio, infaticabilità e prontezza. Nella guerra colossale che si combatte da quindici mesi, le infermiere della Croce Rossa hanno potuto dare intera la misura sia del loro valore, sia della loro utilità indiscutibile”.

Anche Sita Camperio Meyer fu presente con la sua straordinaria umanità e la preparazione infermieristica necessaria sui fronti di guerra: a chiederle di portarsi in prima linea fu la duchessa  d’Aosta, Elena d’Orléans, (1871 – 1951), prima Ispettrice Generale del Corpo delle volontarie, dall’aprile 1915. Sita accolse l’invito della duchessa e, fin dai primi giorni del maggio 1917, accorse sui luoghi di guerra, raccontando poi in un diario commovente le sue giornate.

Arrivò l’11 maggio 1917 a Palmanova e poi a Sagrado Ospedaletto 75, con l’amica Antonia Goltara. Un arrivo che non fu certo dei più tranquilli: per loro una cameretta rustica, pagliericci su assi sconnessi, una sedia, una catinella smaltata e nient’altro. Ma l’ambiente esterno è invece estremamente movimentato: Sagrado è appena stata bombardata, bombe incendiarie sono cadute sui baraccamenti dei soldati a riposo a tre minuti dall’Ospedale carbonizzando molti di loro.

Il servizio parte prestissimo per Sita il giorno successivo: alle 6, 30, con il Direttore, nell’ambulanza, per assisterlo nelle medicazioni. Lei scrive: “Tutte le ferite sono gravissime nell’ospedale più avanzato del Carso, ove si accolgono quelli che non possono tornare indietro”. Non sa se riuscirà a resistere per molto tempo: la tragedia cui sta assistendo e che diventa parte della sua vita sembra intollerabile.

Eppure Sita, come tantissime altre compagne sorelle, ce la fece: strinse la mano al soldato sardo che aveva perso un occhio, si mosse nella notte fra i bagliori della guerra, incoraggiò chi stava per esalare l’ultimo respiro con l’intestino perforato, o squarciato nella zona iliaca, praticò iniezioni, “ipodermoclisi” si diceva allora, medicazioni. Mentre tutto intorno il mondo sembrava impazzito.

Il suo diario termina il 28 ottobre 1917: il dramma di Caporetto impone lo sgombero dell’Ospedale di cui per sei mesi si era occupata. Il 26 ottobre Sita annota: “Il momento è gravissimo! Il Colonnello Perego viene a dare ordini tassativi per lo sgombero dell’Ospedale con tutti i feriti, gravi e non gravi: le infermiere debbono tornare alla loro base; i militi saranno caricati sulle auto-lettighe coi feriti…. Tira un’aria cupa e spaventosa, un’atmosfera di morte; nessuno parla… i feriti, nei loro lettini, aspettano, quasi contenti di essere portati indietro …. verso casa …. per guarire o morire nelle braccia della loro mamma!”.

Sita lascia quel luogo con la morte nel cuore ed assiste al carico dei feriti sulle auto-lettighe salutandoli uno per uno. Per lei e le sue collaboratrici,  l’arrivo a Mestre, la confusione, la fame, la ricerca di un posto di soccorso, la stanchezza suprema che la fa addormentare su una branda ricoperta da una coperta grigio-scura.

L’incontro con un altro “angelo della pietà”, Costanza Mocenigo, e il suo aiuto, verso la stazione di Milano. La consapevolezza che gli sforzi devono continuare… Un diario che rivela emozioni, stati d’animo, ritmi di lavoro, le paure quotidiane, l’iniziale disagio superato ben presto dall’assoluta convinzione di fare il proprio dovere e di dover continuare su questa strada.

Ebbe numerosi riconoscimenti tra cui la medaglia di bronzo al valor militare e la medaglia “F. Nightingale” della Croce rossa italiana.  Nata a Milano nel 1877, morì a Rapallo, dove visse a lungo, nel 1967.

Sita e le sue volontarie: vere e proprie donne al fronte, quindi, impegnate in una battaglia quotidiana contro la morte e la violenza della guerra: un simbolo della partecipazione femminile nel primo conflitto mondiale. Alcuni dati parlano di un soccorso assicurato a circa due milioni di persone, tra feriti, malati e prestazioni di semplici cure ambulatoriali.

Donne al fronte ieri contro le armi.

Donne al fronte oggi contro un nemico invisibile che si chiama “Coronavirus”.

(Notizie liberamente tratte dal volume di Bruna Bertolo “Donne nella Prima Guerra Mondiale”, Susalibri editore 2015)