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Le immagini che quotidianamente ci vengono proposte dai vari canali di informazione rispetto alle cure ospedaliere nei confronti dei pazienti ammalati di Coronavirus mostrano i volti della fatica, segnati dalle mascherine, di uomini e donne che offrono la loro competenza, oltre che la loro generosa disponibilità: sono i volti stanchi di dottori e dottoresse, di infermieri e infermiere … tutti impegnati  in una lotta che sta assumendo toni davvero al limite della possibilità.

Dottoresse e infermiere accanto a dottori e infermieri,  tutti tesi a salvare vite.

Le donne sono entrate nella medicina a fatica un po’ alla volta, anche se la progressiva femminilizzazione del mondo della sanità è un processo in atto ormai riconosciuto  e certo non più ostacolato….

Ma l’inizio non fu affatto semplice. Alle prime donne che si affacciarono nel mondo della medicina voglio dedicare questo primo articolo, il primo di una serie che ricorderà altri personaggi femminili, infermiere comprese, che osarono sfidare la società del loro tempo, per portare un contributo al progresso della scienza e alla cura degli ammalati o dei feriti in tempo di guerra.

Il primo nome di una donna laureata in Italia, dopo la nascita del Regno d’Italia, risulta essere quello di Ernestina Paper, nata Puritz Manasse, prima laureata in Medicina.

Ernestina Paper si iscrisse alla Facoltà di Pisa nell’anno accademico 1872/73 al secondo anno (proveniva dall’Università di Berna) e si laureò nel 1877.

Era di nazionalità russa ed ebrea: dal ghetto di Odessa era andata a studiare in Svizzera, la nazione europea che, per prima, aveva aperto alle donne le sue Università e tutte le Facoltà, anche quelle tecnico-scientifiche, liberandosi dalla discriminazione antifemminile e antiebraica vigente nell’impero zarista.

Dopo aver conseguito il diploma di laurea,Ernestina Paper aprì uno studio medico a Firenze nel 1878, per la cura delle donne e dei bambini: per farsi conoscere aveva fatto pubblicare sulla terza pagina della “Nazione” un riquadro pubblicitario in cui informava il pubblico di avere aperto uno studio proprio per curare bambini e donne.

Nel 1886 ottenne un incarico pubblico poiché la Direzione compartimentale dei telegrafi di Firenze le affidò il compito di effettuare le visite mediche al proprio personale dipendente di sesso femminile.

Tra i suoi giovani pazienti anche i fratelli Rosselli.

La professione di medico quindi non venne ostacolata come quella dell’avvocato (o considerata impossibile per una donna come quella di ingegnere) in quanto sembrava richiamare la figura di benefattrice ottocentesca: la disposizione verso il lavoro di cura veniva intesa come una naturale predisposizione del carattere femminile.

E fu così che Ernestina poté tranquillamente occuparsi di bambini nel suo “studio privato” e di donne addette alla professione di telegrafiste, attività che consentì a molte ragazze di entrare nel mondo del lavoro in quell’ultimo ventennio dell’800 in quanto considerata una professione che (essendo relativamente “nuova”) non turbava un vecchio retaggio maschile e in cui, soprattutto, la manodopera femminile costava molto di meno.

Anche la seconda laureata del Regno d’Italia fu un medico: Maria Farnè Velleda. Iscritta alla facoltà di Medicina di Torino nel 1872-73, dopo aver sostenuto una serie di esami a gruppi, discusse la sua tesi il 18 luglio 1878.

Fu entusiastico il commento del rettore Michele Lessona, che aveva avuto «il piacere di firmare il diploma con cui essa veniva proclamata dottore in medicina e chirurgia»: «Il giorno in cui essa prenderà l’aggregazione, i vecchi dottori si lagneranno meno dell’uso ancora in vigore in quest’università che al nuovo aggregato tutti diano un bacio».

Qui si specializzò anche Anna Kuliscioff che tentò inutilmente di entrare in un ospedale pubblico e, dal 1888, riuscì ad esercitare la professione di ginecologa solo nell’ambulatorio medico gratuito aperto a Milano dall’emancipazionista Alessandrina Ravizza. Facile aprire uno studio, molto meno lavorare nel pubblico, in ospedale, ad esempio, come dimostra l’ostilità verso questa dottoressa diventata molto celebre: le amministrazioni degli ospedali furono recalcitranti ad ammettere donne nel corpo sanitario.

Una situazione che si verificò anche in altri ospedali d’Italia, come accadde ad esempio ad Adelasia Cocco, laurea in medicina a Sassari che ottenne una riposta negativa alla sua richiesta di avere la condotta medica in Barbagia.

In Italia ancora agli inizi del 1900, erano presenti solo tre donne nelle strutture ospedaliere pubbliche: Maria Montessori nella clinica universitaria di Roma, Emilia Concornotti nell’ospedale della maternità di Napoli, Giuseppina Cattani nell’ospedale di Imola.

Sono queste le pioniere di quella folta presenza di camici bianchi al femminile che  oggi ci assistono quotidianamente nelle strutture pubbliche e private, alle quali non guardiamo più come  ad un’eccezione…