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Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino: sono passati 31 anni da quell’evento e trenta dalla riunificazione tedesca conclusasi il 3 ottobre 1990. Come ricorda Michael Meyer nel suo libro L’anno che cambiò il mondo (La storia non detta della caduta del muro di Berlino, traduzione di B. Piccioli, Milano, il Saggiatore 2013), il 1989 fu un anno di sconvolgimenti grandiosi. In Polonia il sindacato libero “Solidarność” fu di nuovo legalizzato e divenne il principale soggetto della transizione della Polonia dal comunismo alla democrazia. A Praga Václav Havel preparava la rivoluzione di velluto che avrebbe portato alla caduta del regime comunista. La guerra fredda sembrava finita grazie anche all’intervento della democrazia americana.

            In questo “lungo- breve” periodo che ci separa da questi avvenimenti, il mondo è cambiato completamente. Finiti gli anni della guerra fredda, è arrivata l’era della globalizzazione, di Internet e del libero mercato. In tanti hanno pensato che questa grande rivoluzione economica, sociale e politica di cui la caduta del muro che separava Berlino Ovest da Berlino Est sembrava rappresentare un punto di partenza essenziale, potesse sgretolare tutti i simboli e gli strumenti di separazione e di segregazione di cui quella barriera era stata la testimonianza più significativa. In realtà, le cose sono andate in modo assai diverso ed anzi, da quel momento ad oggi, le barriere fisiche fra Stati o comunità non hanno fatto che moltiplicarsi a dimostrazione di come la storia suggerisca soluzioni ed esempi non sempre riconducibili a una visione positiva dell’umanità in nome degli interessi, degli egoismi e della miopia e, perché no, dell’autodifesa.

            Un tempo, sempre la storia ricorda, gli uomini si proteggevano erigendo mura e fossati attorno ai propri nuclei abitativi per difendersi dai nemici, dalle loro macchine da guerra e da ingegnose tecnologie di assalto.  Il muro, la frontiera di terra o di mattoni era il limite da conquistare o da mantenere: con la forza e l’astuzia da parte degli assedianti, con l’energia e il coraggio da parte degli assalitori.

 Ora tutto si è rovesciato. Chi vuole superare la barriera ha poco a disposizione tranne il proprio coraggio e una buona dose di inventiva. Chi si oppone è spesso ben organizzato, possiede mezzi di controllo sofisticati e armi adeguate a fermare gli aggressori. Ma quest’ultimi, spesso, non appartengono a nessuna classe di combattenti. Sono solo persone, esseri disperati in cerca di una vita almeno decente, profughi, emigranti, antagonisti politici, raramente anche persone di pochi scrupoli.

            Il libro di Recee Jones (Border Walls: 2012) che riguarda gli Stati Uniti, l’India e Israele e, ancora di più quello di Tim Marshall, (I muri che dividono il mondo, 2018) presentano un quadro estremamente ampio di questo fenomeno e ricordano che almeno sessantacinque paesi, più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini. Comunque, anche i tanti siti su Internet dedicati all’argomento – da cui ho ampiamente attinto – offrono elenchi più o meno dettagliati dei muri attuali.

            In Africa, Botswana e Zimbabwe sono divisi, dal 2003, con una rete metallica elettrificata lunga circa 500 chilometri per contenere l’ondata migratoria proveniente dal vicino Zimbabwe. Un’altra barriera di filo spinato, su cui corre una carica elettrica a 3.500 volt, separa il Sudafrica dal Mozambico. Contro questo “serpente di fuoco”, centinaia di mozambicani in fuga dalla guerra civile, hanno trovato la morte. Un muro alto tre metri e lungo oltre 2.700 chilometri si pone fra il Marocco e il Sahara Occidentale.  È la barriera più grande al mondo dopo la Muraglia Cinese e, sempre sul suolo marocchino, sono presenti sbarramenti per circoscrivere e isolare completamente dal resto del Marocco le due città spagnole di Ceuta e Mellilla. Ho attraversa questa “frontiera” tanti anni fa con il prof. Giorgio Spini quando, assieme, andavano in cerca della presenza di artisti e architetti toscani nell’Africa dell’Età Moderna. E, ancora, ricordo il disagio e la tristezza di fronte ai tentativi inutili di uomini e donne vestiti poveramente di passare dall’una all’altra parte. Egitto e Israele hanno chiuso in gran parte le loro frontiere prospicienti la Striscia di Gaza con muri di cemento e filo spinato. L’Egitto, prima del 2011, stava costruendo una barriera d’acciaio sotterranea per evitare la violazione del blocco con i tunnel. Una barriera è in fase di costruzione dal 2015 anche fra Kenya e Somalia. Voluta dal governo di Nairobi per bloccare i flussi migratori dei profughi in fuga dal Paese vicino e fermare eventuali incursioni terroristiche. Si tratta di un interminabile fossato in cui è interrata un’alta palizzata dotata di una rete metallica intrecciata a rotoli di filo spinato per tenere lontana una massa disperata di profughi che fuggono dalla fame, dalla siccità e dalla crudele guerra civile tribale esplosa nel 1986 e ancora in atto anche dopo la fine del periodo di transizione (2012).

            Il muro forse più discusso negli ultimi anni è quello che separa gli Stati Uniti  dal Messico, costruito dagli americani lungo la frontiera, al confine tra i due paesi per impedire agli immigranti illegali di oltrepassare il confine statunitense. Iniziato nel 1990 nel corso della presidenza di George H. W. Bush, nel 1994 durante quella di Clinton fu ampliato ulteriormente. La barriera, in lamiera metallica sagomata, è alta dai due ai quattro metri e si snoda per chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego. Il muro è dotato di tutte le soluzioni più moderne di controllo ravvicinato e a distanza. Altri tratti di barriera si trovano in Arizona, Nuovo Messico e Texas. Trump rilanciò l’idea di una struttura difensiva contro l’emigrazione clandestina dal Messico facendone uno dei punti essenziali della campagna elettorale che poi lo portò alla vittoria nel 2016. In previsione della nuova tornata elettorale del 2020 il Presidente ha chiesto al Congresso ulteriori due miliardi di dollari per finanziare il muro di confine, scontrandosi nuovamente con i democratic           In Asia la linea di demarcazione militare coreana, che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud, si estende per 248 chilometri e segna il più armato dei confini.  Fra India e Bangladesh esiste un confine fortificato per quasi tutta la lunghezza della frontiera, di circa 4.000 chilometri per contrastare fenomeni di immigrazione clandestina. Un’altra riga di controllo militarizzata separa l’India dal Pakistan e divide in due la regione del Kashmir: una controllata dalle autorità indiane e un’altra da quelle pakistane. Nel 2014 è stata innalzata una barriera a cinque file lungo il confine fra Arabia Saudita e Iraq, costruita da Riad per bloccare qualsiasi ingresso da parte dei miliziani dell’Isis. Un’altra corre fra Iraq e Kuwait e si estende per 190 chilometri. Fu costruita nel 1991, immediatamente dopo la prima Guerra del Golfo, con l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu allo scopo di prevenire una nuova eventuale invasione del Kuwait da parte dell’esercito di Bagdad.  Ben noto è anche il muro che separa Israele e Palestina. Un sistema di barriere lungo 730 chilometri eretto dalle autorità di Tel Aviv a partire dal 2002, per dividere il territorio dalla regione della Cisgiordania. Fu costruita da Israele per bloccare gli attentati palestinesi durante la seconda intifada. I palestinesi, invece, chiamano la barriera il “muro di separazione razziale”. Iran, Pakistan e Afghanistan hanno raggiunto un accordo per la costruzione di una barriera che protegga il confine dalle incursioni di gruppi armati e trafficanti di droga. Si tratta di muri in cemento armato alti fino a 3 metri e costellati da torri di osservazione militari per prevenire gli attacchi di miliziani e terroristi. Il muro lungo 27 chilometri che separa Thailandia e Malesia fu costruito per bloccare i traffici di armi verso le guerriglie musulmane e separatiste attive nella parte più a Sud del Paese. Una recinzione di filo spinato si snoda fra la Turchia e Siria. È lunga quasi 800 chilometri, ma è ancora in costruzione con lo scopo di contenere gli attacchi jihadisti, il passaggio dei militanti curdi e bloccare i flussi migratori dei profughi in fuga dalla guerra civile siriana.

            Anche in Europa i muri si sono moltiplicati. 10 dei 27 stati membri hanno alzato divisori sul loro territorio. Grecia e Turchia sono separate da un muro alto 4 metri che corre sulla frontiera in cui scorre il fiume Evros. È lungo 12 chilometri e mezzo e si trova a uno dei confini più attraversati negli ultimi dieci anni da profughi provenienti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria, Somalia, Egitto e perfino dal Nord Africa. Il muro, a cui l’unione Europea non si è opposta, è costato 3 milioni di euro. Una barriera divide anche la parte greca da quella turca nell’isola di Cipro: si tratta di una divisione lunga circa 180 chilometri posizionata sull’antica linea del cessate il fuoco che separa la parte settentrionale da quella meridionale del Paese. Un altro sbarramento è stato eretto anche fra Bulgaria e Turchia con rete di filo spinato per circa 200 chilometri per contenere l’entrata di profughi che tentano di raggiungere l’Europa attraversando la Turchia. Altrettanto accade fra l’Ungheria e Serbia sempre per bloccare i migranti che percorrono la rotta balcanica per arrivare in Europa. Nel 2015 Budapest ha anche iniziato a costruire una barriera fra Ungheria, Serbia e Croazia allo scopo di difendere tutta l’Unione dalle ondate di migranti.  Altri tre chilometri di filo spinato sono stati innalzati al confine fra Austria e Slovenia, sempre per bloccare la rotta balcanica.              Al Nord, dal 2016, i norvegesi stanno costruendo un muro al confine con la Russia, il “Borisoglebsk-Storskog” capace di contenere il flusso di profughi dal Medio Oriente e dai Paesi africani  che hanno cominciato ad usare la “rotta artica” per entrare in Europa. L’anno dopo anche fra le Repubbliche baltiche e la Russia sono state costruiti dei muri di separazione: la Lituania ha alzato una barriera contro Russia e Bielorussia, mentre la Lettonia sta ancora erigendo un muro con filo spinato, lungo 93 chilometri, alto 2,7 metri. È poco chiaro se questa struttura per la quale sono statti impegnati 21 milioni di euro, abbia il compito di contrastare l’immigrazione illegale, oppure di prendere ulteriori distanze dalla Russia. Oltre quello di Nicosia, ci sono altri muri che separano le città. A Belfast, quindici anni dopo la firma degli accordi del Venerdì Santo (10 aprile 1998) che misero fine a trent’anni di troubles fra unionisti protestanti e repubblicani cattolici, i ‘muri della pace‘ (peace lines) sono ancora tutti in piedi. Il Belfast Interface Project, associazione che opera per il riavvicinamento fra cattolici e protestanti, ha censito 99 muri che, in teoria, dovrebbero essere abbattuti nel 2023. Quelli che separano Belfast da Derry, cioè le zone in cui risiedono i cattolici da quelle in cui vivono i protestanti sono i più significativi e costituiscono addirittura un’attrazione turistica per i murales, vere e proprie opere d’arte. Anche a Calais, nel nord della Francia, un muro di 4 metri è stato eretto per bloccare i migranti che tentano di raggiungere la Gran Bretagna passando attraverso il tunnel che scorre sotto La Manica o entrando nei camion che si imbarcano al porto. Il muro, in cemento armato, è dotato di telecamere di sorveglianza e sorge a poche centinaia di metri dalla ex-Giungla di Calais, smantellata dal governo di Parigi. È stato interamente finanziato dal governo britannico (2,7 milioni di euro). Un muro «anti migranti» è stato alzato, fra grandi polemiche e contestazioni, anche in un sobborgo di Monaco di Baviera, quello di Neuperlach, per isolare un centro di accoglienza immigranti dal resto del quartiere che non gradiva la presenza rumorosa dei nuovi arrivati. Inoltre, proprio in questi giorni, è stata rinforzata la parte restante della rete divisoria che dal 1947 divide Gorizia da Nova Gorica per frenare, secondo il governo sloveno, l’espansione del Covid-19 ma, in realtà, per limitare il passaggio dei migranti verso l’Italia e il resto dell’Europa. A ragione, quindi, Carlo Greppi, nel suo libro L’età dei muri (Breve storia dei nostri tempi, Milano, Feltrinelli 2019), parla di un «mondo cicatrizzato dai muri».

            Questi sbarramenti, la maggior parte dei quali costruiti per contenere le ondate migratorie verso l’Europa evidenziano non solo le dimensioni reali e preoccupanti del problema ma anche, come sostiene Tim Marshall «le più ampie divisioni e l’instabilità che caratterizzano la struttura stessa dell’unione europea e i suoi paesi membri». Numerosi anni fa (2005), Thomas Lauren Friedman (Il mondo è piatto: Breve storia del ventunesimo secolo) aveva sostenuto che l’accelerazione della globalizzazione avrebbe portato ad un riavvicinamento fra i popoli e che la caduta del muro di Berlino con la conseguente fine della contrapposizione del blocco sovietico con quello occidentale, avrebbe dato la possibilità ai vari paesi di intrecciare nuovi rapporti per la costruzione di una singola comunità. Alla luce dei tanti avvenimenti seguiti alla caduta del muro di Berlino e della situazione attuale, dominata dal pericolo di una pandemia mondiale e dalle incomprensioni fra i paesi facenti parte dell’Unione Europea sulla strategia per affrontare la conseguente depressione economica, le previsioni del saggista ed editorialista americano vincitore di tre premi Pulitzer, appaiono sorpassate dagli eventi e, ormai, molto lontane.

        Risulta, invece, molto utile leggere, andando anche oltre queste considerazioni, il libro curato da Alessandro Bedini e intitolato Il muro oltre Berlino. Trent’anni dopo (collana “Storia e libertà” diretta da Franco Cardini, Viareggio, la Vela, 2019). Sulla sua copertina appare la famosa “Trabant” che Birgit Kinder dipinse sul muro di Berlino, simbolo della libertà conquistata dai tedeschi dell’Est. È curioso come, la medesima vettura – ma questa volta vista dal retro mentre sta per affrontare il muro – dipinta sempre dalla Kinder perché venisse mantenuto intatto qualche tratto della cortina, compaia nella copertina del libro di Matteo Tacconi, intitolato C’era una volta il muro. Viaggio nell’Europa ex comunista (Roma, Castelvecchi Editore, 2017). Nella sua introduzione, il curatore de’ Il muro oltre Berlino, Alessandro Bedini si pone la stessa domanda che si era fatta Friedman ma con un punto interrogativo: «La Caduta del muto di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica hanno veramente creato, almeno in Europa, il migliore dei mondi possibili?»

             Nell’ampia rassegna di romanzi, biografie, testi di carattere storico e reportage dedicati ai 25 anni e ai 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, questo libro ha un carattere tutto particolare. “Nasce dai numerosi interrogativi legati a quella svolta epocale” e contiene i saggi di nove studiosi di diversa formazione e provenienti da esperienze e culture politiche differenti. All’introduzione di Alessandro Bedini seguono i saggi di Alain de Benoist, Franco Cardini, Diego Fusaro, Sergio Valzania, Alberto Bradanini, Mario Capanna, Marina Montesano, Adolfo Morganti, Giulietto Chiesa.  

            Gli autori individuano nella caduta del muro di Berlino il simbolo della disgregazione dell’impero sovietico. Alcuni sentono la necessità di ripercorrere indietro la storia per comprendere i motivi che hanno portato “all’egemonia dell’Occidente e del pensiero unico liberista”. Franco Cardini parte da Yalta, Giulietto Chiesa attribuisce l’immagine negativa nutrita dall’America nei confronti del comunismo alle prevenzioni espresse nel suo lunghissimo telegramma indirizzato al dipartimento di Stato, da George Kennan, allora rappresentante speciale degli Usa a Mosca (22 febbraio 1946). Comune a quasi tutti i contributi è la sensazione che la caduta del muro di Berlino sia stata un’occasione mancata sia a destra che a sinistra. Come osserva Enrico Nistri nella bella recensione apparsa sul «Corriere Fiorentino» del 20 febbraio 2020, «a destra in quanto la vittoria della guerra fredda per l’implosione del sistema sovietico non ha portato al migliore dei mondi possibili, a sinistra perché, in molti casi, invece di rilanciare un progetto socialdemocratico, fondato sulla difesa del Welfare, postcomunisti e neosocialisti si son appiattiti sull’accettazione della dogmatica neoliberista».

            Molti autori dichiarano anche di nutrire una profonda diffidenza nei confronti dell’attuale Unione Europea. A proposito della Banca Centrale Europea, della Commissione Europea e dell’Euro parlamento, Alberto Bradanini parla di “un cumulo di oltraggi”. Da un versante ben diverso, Franco Cardini  scrive come, dinnanzi «a un mondo percorso da tensioni belliche, dalle politiche militari aggressive degli Stati Uniti, da nuovi equilibri che si vanno delineando, come il patto di Shanghai, … è proprio il sentimento europeista che, all’indomani del 9 novembre 1989 aveva condizionato tanti di noi a uscire sconfitto» (pp, 46-47) e auspica la rinascita di quel “nazionalismo sociale europeo” alla base del pensiero di Jean Thiriart e dei militanti della Jeune Europe.

Diego Fusaro coniuga l’implosione dell’URSS al dominio del pensiero unico liberista mondiale e alla fine del modello keynesiano.  Considera quindi il 1989 come un anno fondamentale solo per il capitale la cui potenza era garantita dall’equilibrio statalmente sostenuto da un massiccio sfruttamento della forza lavoro e robuste protezioni sociali. Ed insieme alle rutilanti espressioni di Fusaro, Alberto Bradanini rammenta, con toni negativi (rivelando il conflitto ideologico impresso dai seguaci del marxismo), l’impatto della dichiarazione di Helsinki (1975) nell’affermarsi dei “diritti individuali” su quelli di classe tanto da asserire, con rimpianto, che il vero socialismo non fu quello del PSI ma quello del PC a trazione sovietica.

Quasi tutti gli autori sottolineano i pericoli della globalizzazione nel contesto di una società sempre più attenta al profitto sotto l’egemonia del pensiero liberista e degli Stati Uniti che si atteggiano a gendarmi del mondo. De Benoist la definisce “massima espansione del capitalismo”. Quella stessa globalizzazione che, secondo Mario Capanna, avrebbe dovuto essere una cornucopia di beni per tutti, si è invece rivelata come il più devastante accaparramento dei pochi contro i molti (miliardi di persone). De Benoist evidenzia anche come sia stato il crollo sovietico a suscitare l’accelerazione della globalizzazione come espressione della massima espansione del capitalismo. Bradanini, ma anche altri, si sofferma sull’importanza del sorgere e dei successi del comunismo cinese, un comunismo molto particolare dove la dimensione liberista in economia convive con il profilo socialista sul piano dottrinale e con quello autoritario delle istituzioni politiche.  Chi più, chi meno tutti gli studiosi sembrano aspirare a un’Europa diversa, più solidale e più rispettosa delle diversità statuali che caratterizzano il suo stesso essere. Sergio Valzania si chiede anche quanto l’avanzare della scienza digitale abbia influito sull’implosione della URSS la cui tecnologia si fondava sulla dialettica in alternativa a quella di Aristotele fondata sulla teoria del terzo escluso e fatta propria dall’Occidente. Marina Montesano, invece, suggerisce l’importanza della musica, in particolare di quella pop-rock e punk, nell’unione dei giovani delle due Berlino e il ruolo sostenuto da alcuni artisti, come Bruce Springsteen, David Boewie e Iggy Pop, nel favorire l’ansia di un ricongiungimento fra le due realtà.

            Il libro si apre con l’intervento di Alain De Benoist, scrittore, filosofo, giornalista francese fondatore della Nouvelle Droit. L’autore osserva, nel suo articolo (Il muro di Berlino, 1989-2019) come, in seguito al crollo del sistema sovietico, la Terra abbia accelerato il suo cammino verso la globalizzazione identificandola con la fase di massima espansione del capitalismo. A sua volta la globalizzazione ha condotto all’abolizione del tempo e dello spazio e alla irrilevanza delle frontiere. Durante la guerra fredda esisteva una linea di demarcazione fra il blocco comunista e quello che, un tempo, veniva definito “il mondo libero”. L’implosione dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991 pose fine alla paziente costruzione di un impero russo proteso verso l’Asia Centrale il Caucaso e i mari del Sud, archiviando l‘ordine mondiale nato dopo gli accordi di Yalta. Scomparso il loro principale concorrente, gli Stati Uniti si ritrovarono senza rivali al massimo della propria potenza e grazie anche all’influenza dei “neoconservatori” si atteggiarono a “gendarmi del mondo”. Sempre a caccia di un nemico alternativo, due anni dopo l’11 settembre (2003), concettualizzarono la nozione di guerra globale contro il terrorismo. Ma a insidiare la loro supremazia, oltre all’andamento della guerra in Iraq e in Afghanistan è intervenuta la spinta folgorante della Cina, dell’India e del Brasile con la loro manodopera a basso costo che provoca un massiccio ricorso alle delocalizzazioni. Dopo gli anni bui dell’epoca di Yeltsin (1991-1998) anche la Russia, grazie a Vladimir Putin, si è risollevata assumendo le connotazioni di una democrazia autoritaria sostenuta da un “capitalismo controllato”. Con l’avvento di Donald Trump, l’America ha abbandonato il multilateralismo a favore di una sorta di “isolazionismo aggressivo” e, mentre il mondo intero sembra progredire verso il futuro, l’Europa vive una sorta di assenza di gravità e, pur rappresentando la seconda potenza economica del mondo, percepisce, al suo interno, una profonda frattura Nord-Sud che riflette quella fra Est e Ovest riguardo alla questione migratoria. «Essa appare esausta, in preda a una stanchezza che la induce a non desiderare niente» (p. 28). Difficile, secondo Benoist, prevedere il suo futuro.

            Nel saggio Nomos versus Chaos. Muri caduti di ieri, speranze cadute di oggi, Franco Cardini sottolinea come fra il 4 e l’11 febbraio del 1945 Roosevelt, Stalin e Churchill non solo decisero la spartizione della Germania  in 4  zone assegnandone tre ai rispettivi paesi e una quarta alla Francia (formalmente assente per la sconfitta e l’armistizio del ’40 concluso dal maresciallo Pétain), ma posto anche le basi anche per dividere l’Europa in due aree di influenza secondo interessi di carattere strategico e geopolitico; una di pertinenza americana e l’altra sovietica. Si tratta di un’interpretazione storiografica di lunga tradizione fatta propria, nel passato più recente, da Harvard Serhii M. Plokhy (Yalta: the Priece of Peace, Penguin Books, 2011) e da Ennio di Nolfo. Del resto, aggiunge Cardini, a cominciare dal sacrificio della Polonia, abbandonata a Stalin con il riconoscimento del governo comunista di Lublino, non si era salvato nessuno. Descrizione: The_Yalta_Conference,_February_1945_NAM234.jpgIn cambio, Roosevelt ottenne che i sovietici entrassero in guerra contro il Giappone con la prospettiva di buoni compensi territoriali. Per questo Cardini parla dell’equilibrio stabilito a Yalta come di una “brutale alleanza” messa in evidenza dalla “guerra fredda” e che durò a lungo. Fu grazie a grandi personalità politiche come Alcide De Gasperi, che l’Europa rimase indenne dalla contrapposizione fra “il mondo socialista” e il Mondo libero”. Dagli inizi degli anni ’60 alla metà degli anni ’80 del XX secolo ci furono dei cambiamenti importanti. Si aprì infatti, sulle prospettive di pace e giustizia sociale dell’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII e dall’azione congiunta del pontefice, di John Fritzgerald Kennedy e Nikita Krusciov. Proseguirono con l’enciclica Pacem in Terris (1963). La scomparsa del pontefice, l’assassinio di Kennedy e la caduta di Krusciov conclusero questa era alla quale seguì quella assai più tumultuosa dell’avvio, in Cina, della “Rivoluzione culturale” (1966), della “Guerra dei Sei Giorni” (1967), delle rivolte studentesche e, in Italia, degli “anni di piombo”. La crescita del malessere dovuto al terrorismo e alla situazione interna al paese, indussero Enrico Berlinguer a farsi fautore della linea del “compromesso storico” tra comunisti, socialisti e cattolici. Fra il ’78 e l’80 perdurarono, in Italia, gli assassini politici fino a quello del Generale Dalla Chiesa. Sul piano internazionale la metà degli anni ’80 coincisero con l’era “Reganiana” e “Thatcheriana”, «caratterizzata dalla rapida eclisse della visione sociale del mondo e dell’altrettanto rapido insorgere di una serie di istanze di carattere liberale e liberistico». Erano anche gli anni in cui il Michail Gorbaciov dava il via a una serie di riforme alla luce della trasparenza (glasnost) e di un importante cambio di indirizzo (perestroika). L’epoca della fine del socialismo in Polonia e della sfortunata campagna russa in Afghanistan. Nel febbraio del 1986 Gorbaciov aprì il XXVII Congresso del PCUS (fine febbraio-inizio marzo 1986) criticando l’era di Brežnev e indirizzando agli USA la proposta dell’abolizione bilaterale di tutte le armi atomiche entro il 2000, facendo così del disarmo uno dei suoi obiettivi politici che trovò un energico alleato nel pontefice Giovanni Paolo II. Nel 1989 con la caduta del muro di Berlino scomparve anche l’ultima reliquia dell’”iniqua costruzione ideata a Yalta” e, poco dopo (1993), nacque l’Unione Europea. Nel frattempo, dalle ceneri della URSS scaturì la Confederazione degli Stati Indipendenti sotto l’egemonia della Federazione Russa, ridotta a potenza regionale. All’inizio del nuovo millennio, sempre secondo Franco Cardini, la situazione peggiorò a livello mondiale: attentato alle Torri Gemelle, guerra in Afghanistan e poi, di nuovo, in Iraq, destabilizzazione della Libia, nascita dell’Isis-Daesh. Anche l’Europa apparve divisa al suo interno (Brexit) da interessi contrastanti. In un mondo percorso dalle tensioni belliche, dalla politica aggressiva degli Stati Uniti e da nuovi equilibri che si vanno delineando, il sentimento europeista, secondo Franco Cardini, sta perdendo la sua forza e la sua incidenza. Ricorda, a questo proposito, l’attività dei militanti del movimento Jeune Europe (fondato in Belgio nel 1962 da Jean Thiriart) che, dalla metà degli anni ’60 avevano, tentato di costruire un “nazionalismo sociale europeo” ma che si erano scontrati con una realtà dominata da interessi diversi se non opposti complicati dal processo di secolarizzazione e dalla crescita inarrestabile dell’individualismo. Eppure, resta ancora più essenziale, aggiunge l’autore, riuscire a costruire un “patriottismo europeo” «come sentimento intimo da tradurre in valore civico… è questa la sfida che ci aspetta» (p. 49).

            Nel suo articolo Berlino, 1989. O del globalismo realizzato, Diego Fusaro, in un linguaggio talvolta poco comprensibile e artificiale, afferma che, ironia della storia, la Rivoluzione russa che aspirava a distruggere il capitalismo, salvò invece i propri nemici, sia in guerra (trionfando sulle armate naziste e ponendo de facto in essere le condizioni per la rioccupazione americana del vecchio continente), sia in pace (obbligando il capitalismo a mitigarsi e a riformarsi in risposta alle politiche del socialismo reale) (p. 54). Per questo il 1989 può essere considerato un anno di liberazione solo per il capitale e per l’aristocrazia finanziaria, non certo per le moltitudini “precarizzate” europee, né per le popolazioni del socialismo reale la cui “liberazione” ha peggiorato le loro prospettive di vita. Non più limitato dalla presenza dell’Unione Sovietica, il capitalismo trionfante ha abbandonato il compromesso storico con lo Stato cercando di invaderne gli spazi. Scomparsa la prospettiva di “un sol dell’avvenire” cioè di una società senza classi sono state imposte le regole del “capitale assoluto” a mercato deregolamentato «con un concretissimo bagno di sangue per il popolo del lavoro» (p. 57). Da qui, aggiunge Fusaro, trae origine «la poliedrica galassia semantica del vocabolario neoliberista, composta di lemmi come “deregulation” e “Stato minimo”, “inefficienza del pubblico” e “sfide della competitività globale”, “privatizzazione” e “tagli alla spesa”». Nella fase del welfare e del compromesso tra il mercato e lo Stato, lo sfruttamento e furto del tempo lavoro erano stati mitigati dalla politica degli stati sovrani a base keynesiana grazie anche alle lotte sindacali. Durante il “secolo breve” perciò il regime del capitale era stato mitigato dalle politiche keynesiane. E in questa luce si spiega, tra l’altro il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche dilagante dopo il 1991 e lo sviluppo intrusivo delle attività private in funzioni sociali tradizionalmente pubbliche come la sanità e l’istruzione.

            Sergio Valzania, nel saggio intitolato Due ipotesi ideologico comunicative propone una lettura originale di alcune delle cause o meglio di due possibili elementi di accelerazione che hanno condotto alla caduta del muro di Berlino. Il crollo aveva portato alla fine degli equilibri internazionali sorti dopo la Seconda guerra mondiale: il bipolarismo, la cortina di ferro, l’esperienza sovietica, il controllo russo sui paesi dell’Europa Orientale, i partiti comunisti occidentali. Il marxismo-leninismo, osserva Valzania, si definiva materialismo-scientifico, cioè basato su un sistema logico nuovo, capace di interpretare il mondo, di prevederne l’evoluzione e di trovare la soluzione dei suoi problemi. Si fondava perciò sulla dialettica ed era alternativo a quello di Aristotele fondato sulla teoria del terzo escluso. Quando, alla fine del Novecento, si giunse a un confronto particolarmente acceso tra i due modelli di pensiero anche sul piano dello sviluppo tecnologico, risultò evidente che quello sovietico non era conforme allo sviluppo della tecnologia digitale continuando, con ostinazione, a fondarsi sull’analogico. Improvvisamente, quindi, la distanza tecnologica tra i due mondi divenne immensa con inevitabili ricadute negative sulla società sovietica e sull’esperienza del socialismo reale. «Quando il confronto tra Oriente e Occidente ha smesso di procedere alla pari», aggiunge Valzania, «su un terreno tecnologico condiviso, quello analogico – nel quale l’Unione Sovietica poteva vantare anche discreti successi ottenuti nel campo spaziale come in quello sommergibilistico – per divenire asimmetrico con uno dei competitor trasferitosi nell’ambito digitale, almeno in questa fase storica molto più efficiente, la sfida è divenuta insostenibile» (pp. 69-70). Nella teoria della comunicazione sviluppata da Marshall McLuhan, l’azione svolta dai media sulla società – dall’alfabeto fonetico alla stampa, dal telegrafo alla radio, dall’abbigliamento alla tv – ha un valore fondamentale trasformando le realtà umane, individuali e collettive. Negli anni ’70 i tedeschi dell’Est che pur vivevano nello stato più ricco, avanzato e meglio amministrato dei paesi satelliti della URSS, entrarono in contatto con il mondo Occidentale tramite le trasmissioni di emittenti televisive private, con la loro pubblicità allusiva e le prospettive di una realtà molto diversa dalla loro. Fu allora che il rapporto di fiducia e di sopportazione dei tedeschi orientali e il loro governo entrò in crisi provocando trasformazioni enormi nel comune sentire. Il mondo falso e allusivo della pubblicità televisiva occidentale, dimostrò una capacità evocativa irresistibile e contribuì agli eventi politici successivi.

Alberto Bradanini nel saggio La caduta del Muro di Berlino. Implicazioni politiche e ideologiche, affronta tre questioni importanti legate all’avvenimento: le conseguenze sulla sinistra Europea, l’accelerazione del processo di destrutturazione politica ed economica della statualità democratica europea, l’ascesa (e differenze) del comunismo cinese. Svegliatesi ormai prive del faro politico-ideologico sovietico, le sinistre europee hanno espresso l’impazienza di cancellare il loro passato strettamente legato al modello sovietico perdendo così l’occasione di trarre insegnamenti utili dall’implosione dell’Unione Sovietica per creare una nuova proposta per una società più libera e giusta. Il pensiero unico del liberismo vincitore ha finito così per catturare i disagi sociali e il senso di ingiustizia prodotto in questo contesto. Così, dopo il 1989 «dunque, tranne qualche eccezione i partiti appartenenti alla storia del socialismo europeo abbracciano politiche centriste o peggio» (p. 80) favorendo il dominio del pensiero unico-mondialista. La seconda ripercussione degli eventi del 1989 è rappresentata, sempre secondo Bradanini, dall’accelerazione del sistema di costruzione europea e dal conseguente esercizio di politiche economiche antisociali tramite «appositi organismi usurpatori: la Banca Centrale Europea, veicolo di trasferimento di ricchezza pubblica a banche private e di cui stampa e governo difendono irresponsabilmente l’indipendenza; la Commissione europea, i cui membri sono acclamati quali umili servitori degli interessi europei – non certo di quelli dei paesi di provenienza – o la finzione di un Euro-Parlamento privo del potere che ne caratterizza l’essenza, quello legislativo. In buona sostanza, un cumulo di oltraggi» (p. 82). Nel 1992, con il trattato di Maastricht iniziò, sempre per l’autore del saggio, il percorso verso la destrutturazione istituzionale della statualità democratica dei paesi membri e l’avvento della moneta comune portò all’egemonia economica e politica della Germania in Europa. In questo contesto, perciò, la riunificazione delle due Germanie ha rappresentato una tappa fondamentale verso un’Europa a guida tedesca e al dominio del capitale finanziario multinazionale sull’Unione Europea. Anche in Italia, con il crollo dell’URSS, la sinistra si è convinta di avere lottato per la causa sbagliata e ha cominciato a parlare di diritti anziché di bisogni, di cittadini invece che di lavoratori, di elettori invece di popolo.

            La terza conseguenza del crollo sovietico riguarda la nuova prospettiva del comunismo nel mondo, rappresentato da quello con caratteristiche cinesi «uscito dalla fertile mente di Deng Xiaoping» e dalla sua enorme vitalità. Un’esperienza diversa sin dall’inizio senza alcuna aspirazione di palingenesi universale come quello sovietico e tutto concentrato sull’interesse nazionale. Superate le antiche divergenze, Russia e Cina hanno dato avvio a un lento processo di riavvicinamento anche in funzione antiamericana. Nella Cina attuale la dimensione liberista in economia convive con il profilo socialista sul piano dottrinale e con quello autoritario delle istituzioni politiche. Sembrerebbe che la Cina sia avviata verso l’incontro definitivo con il capitalismo ma il paese resta ancora legato ad alcuni principi fondanti del comunismo: proprietà statale della terra, controllo pubblico dei settori economici strategici, primato del potere politico su quello economico.

            Ne Il muro, il Sessantotto e oggi, Mario Capanna mette in relazione il 1968 con il 1989 cercando di individuare un nesso fra le due epoche e giungendo alla conclusione che il secondo completa il primo. Ricorda perciò la Cecoslovacchia di Alexander Dubcek e la Primavera di Praga, l’eroico sacrificio di Jan Palach che si diede fuoco nel cuore di Praga (16 gennaio 1969) come estrema protesta contro l’occupazione sovietica, la ribellione degli studenti dilagata a Varsavia nel marzo 1968. Con la distruzione del movimento del ’68, tutto in Polonia sembrava finito, ma appena due anni dopo, nel dicembre 1970 i lavoratori dei cantieri di Danzica e Stettino dettero il via a una forte protesta che giunse fino alla nascita di Solidarnosc e all’elezione di Lech Walesa a presidente della repubblica. Il sessantotto polacco assieme a quello cecoslovacco, quindi, si rivelò determinante nel generare il risveglio dell’Est fino alla caduta del muro di Berlino. Al suo crollo seguì la riunificazione della Germania, la dissoluzione del blocco orientaleDescrizione: 310px-10_Soviet_Invasion_of_Czechoslovakia_-_Flickr_-_The_Central_Intelligence_Agency.jpg e la fine del bipolarismo. Ma è risultato presto chiaro, secondo Mario Capanna, che «dal bipolarismo non si sarebbe passati a un auspicabile multipolarismo tra Stati Uniti, Russia, Europa, Cina eccetera. Si sarebbe transitati, invece, al NOI (nuovo Ordine Internazionale) ovvero, che è lo stesso, Nord Ovest Imperante». Un esempio di prepotenza unipolare dell’Occidente è rappresentato dalla sopravvivenza della Nato dopo la fine del Patto di Varsavia. Nel medesimo contesto può essere inserita la dottrina della guerra preventiva teorizzata da George B.W. Bush con la conseguente ripresa della corsa agli armamenti. Sempre secondo l’autore la logica del profitto capitalistico sta devastando il pianeta con i suoi repentini mutamenti climatici. Mai, a suo parere, nella storia umana si era giunti a una così esasperata disparità: la società dell’1% dove un individuo su 100 detiene beni e ricchezze superiori agli altri 99. «Ecco il risultato della globalizzazione a senso unico», conclude Capanna, «dei più forti contro i più deboli, dei più ricchi contro i meno abbienti. Quella globalizzazione che, secondo la propaganda dominante, avrebbe dovuto essere una cornucopia di beni per tutti, si è rivelata come il più devastante accaparramento dei pochi contro i molti (miliardi di persone).

            In Musica e controculture nella Berlino all’Ombra del Muro di Marina Montesano, il saggio più originale dell’intero libro, l’attenzione si sposta verso la scena musicale pop-rock della Berlino ancora divisa dal muro con ampi riferimenti anche ai film che l’hanno rappresentata. Nota e rigorosa storica medievista, l’autrice si avventura con grande competenza per le strade di Berlino Ovest, la capitale “morale” della Germania e per quelle di Berlino est con gli edifici ancora crivellati dai colpi dei combattimenti di strada che si erano svolti negli ultimi giorni prima della caduta del muro.

            Già negli anni  ’60 a Berlino Ovest si viveva un ambiente musicale che andava di pari passo con quello che avveniva altrove, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ma con una maggiore impronta di sperimentalità che proseguì anche nel decennio successivo grazie all’attività  degli studi di registrazione Hansa Tonstudio e, soprattutto, alla presenza di David Bowie che scelse di registravi i due primi dischi della trilogia berlinese [Low (1977), “Heroes” (1977) e Lodger (1979)] e di trasferirsi da Los Angeles a Berlino Ovest dove restò per circa un decennio. Sicuramente l’ambiente dimesso della città, l’assenza di lusso rispetto ad altre capitali della musica rock internazionale, l’aria di sperimentazione che circolava nel panorama artistico locale, attrassero molti artisti compreso l’amico di Bowie, Iggy Pop. Descrizione: Berlino-10.jpg Contemporaneamente anche a Berlino Est erano arrivate molte novità. La città aveva una scena musicale rock non ostacolata dallo Stato che, fra l’altro, possedeva una casa discografica importante, Amiga. Se il rock non creava censure, altrettanto non si poteva dire della musica punk identificata come veicolo di contrapposizione politica rispetto al Regime. Nel 1988 Bruce Springsteen poté organizzare un concerto a Berlino Est nel parco di Weißensee, a pochi chilometri dal muro. Fu il concerto più affollato nella storia della DDR che richiamò a Berlino Est anche molti altri artisti. Berlino e il suo mito, quindi, secondo Marina Montesano, hanno rappresentato un’opportunità artistica unica. Una città decadente e drammatica per i vuoti lasciati dalla guerra e dalla separazione. Ma per certi aspetti attraente, soprattutto per il “suo fascino oscuro” perché in sintonia con la musica pop-rock degli anni Settanta/Ottanta.

Descrizione: Leninin.jpg            Nel saggio Quel che ci insegna la caduta di un muro Adolfo Morganti, afferma di vedere «il 1918 russo, l’illusione rivoluzionaria e il suo definitivo crollo nel 1989 come un fatto totalmente europeo» (p. 136). A suo avviso, infatti, la Rivoluzione d’Ottobre risulta incomprensibile fuori della storia culturale dell’Europa occidentale. Si basa, infatti, su una teoria politica totalmente euro-occidentale e sul culto della modernità, della ragione, dell’ateismo e dell’industrializzazione. Nel suo radicarsi dopo il 1920-23 nel territorio russo, la Rivoluzione d’Ottobre, a contatto con il dispotismo asiatico, fondò un’oligarchia catastale di mandarini generando una ferrea gerarchia intoccabile, incarnando il culto laico del Partito. È inoltre inimmaginabile la Rivoluzione d’Ottobre al di fuori delle vicissitudini della Prima guerra mondiale perché senza il denaro, l’appoggio e l’assistenza logistica e militare del Secondo Reich germanico, Lenin sarebbe rimasto in Germania e il Bolscevismo non avrebbe potuto generare la rivoluzione. La rivoluzione d’Ottobre, con l’esportazione violenta delle sue idee in tutta Europa, ebbe anche un ruolo importante nella nascita di tutti i movimenti fascisti e autoritari del Novecento ed è stata la radice storica dell’odio antirusso che ancora pervade quasi tutti i popoli “vassalli” del fu patto di Varsavia. Ma «cosa che la rende ancor maggiormente responsabile di fronte agli occhi di oggi» aggiunge Adolfo Morganti, è «il suo fallimento storico culminato nell’implosione dell’URSS nel 1989-1991» che ha fatto considerare tanti pensatori liberali occidentali «di essere giunti alla “fine della storia”, e che soprattutto la “fine della storia” fossero loro, e si incarnasse nel mesto putrefarsi della globalizzazione. Un delirio che è responsabile di tutti i conflitti che ancor oggi sconvolgono il mondo» (p. 140). Nessuno però pensava a una fine tanto immediata anche se un evento avrebbe potuto suggerirla.  Il 19 agosto 1989 a Sopron, una modesta città ungherese, Otto von Habsburg, figlio dell’ultimo imperatore d’Austria, Carlo I, parlamentare europeo nelle file dei Cristiani Sociali della Baviera, tagliò simbolicamente il filo spinato che divideva i due blocchi senza che la guardia di confine ungherese aprisse il fuoco e permettendo quindi a tanti cittadini della Germania dell’Est che si erano radunati dall’altra parte, di sconfinare in Austria. Si rompeva così l’illusione dell’impenetrabilità della “cortina di ferro” sebbene anche in Italia non mancassero politici come Giulio Andreotti, che avrebbe preferito che il muro restasse in piedi. In meno di venti anni dall’implosione dell’URSS la Federazioni Russa di Vladimir Putin, mantenendo in vita i tratti salienti della propria entità russa indivisa, è riuscita a sollevarsi a una dignità geopolitica indiscussa. I paesi ex-comunisti del patto di Varsavia molti dei quali facenti parte dell’Unione Europea offrono, invece, un quadro variegato «nel ruolo di ferrei scherani sia della Nato sia del FMI» e paesi come la Polonia e gli Stati Baltici «hanno scambiato la tutela della propria libertà dall’ingombrante vicino russo con un nuovo asservimento alle strategie aggressive e oggettivamente anti europee degli Stati Uniti d’America» (p. 146).

             Nel suo articolo Il “lungo telegramma” di George Kennan, Giulietto Chiesa (da poco scomparso), profondo conoscitore della storia e della realtà Russa per avere lavorato, come corrispondente da Mosca per oltre un decennio, ricorda come Roosevelt, a differenza di Churchill, guardasse a Stalin con sincera ammirazione e stima perché riteneva che avesse una visione del futuro in cui era prevista la possibilità di una cooperazione pacifica tra i due paesi. Se Roosevelt fosse rimasto in vita per qualche anno ancora, probabilmente la storia avrebbe avuto un altro corso. Il cambio si realizzò nelle due ore che separarono la morte di Roosevelt dalla nomina di Truman. A mutare il corso degli eventi fu il lungo telegramma segreto che George Kennan, allora rappresentante speciale degli Usa a Mosca, indirizzò al Dipartimento di Stato (22 febbraio 1946) in seguito al discorso del Bolshoi tenuto da Stalin il 9 febbraio 1946. Un documento di grande importanza che influenzò gli avvenimenti successivi e, soprattutto, l’immagine della Russia che gli americani avrebbero conservato per molto tempo. Nel telegramma Kennan partiva dal presupposto che la Russia fosse “naturalmente” ostile all’Occidente perché la leadership sovietica insinuava nel suo popolo una profonda avversione per l’Occidente per giustificare la guida autoritaria del paese. Inoltre, nella convinzione di un’impossibile coesistenza pacifica con il capitalismo, i dirigenti comunisti avevano «facile gioco nel collocare al centro della loro strategia la distruzione del modo di vita e di produzione capitalistica» (p. 151). Idee che trovarono nella cultura americana un consenso così ampio da sopravvivere anche al crollo del comunismo e al passaggio della Russia al “capitalismo”.  Usciti tra i vincitori dalla terribile Seconda guerra mondiale, il partito e il popolo russo avevano condiviso la gioia e l’orgoglio della vittoria e la speranza che gli ideali del socialismo e del comunismo potessero riprendere impeto e superare i confini del loro paese. Si andava inoltre compiendo la rivoluzione cinese che avrebbe cambiato e trasformato l’Oriente. Per Kennan il comunismo aveva rafforzato lo spirito della Russia coniugandolo con la più spietata delle ideologie utopiste e che quindi non solo occorreva abbattere il pericolo della penetrazione delle idee comuniste in Occidente, ma anche eliminare la Russia, occupandone il territorio e annientando il suo popolo. Kennan descriveva inoltre la Russia come un paese ossessionato dalla mancanza di fiducia in sé stesso e dalla paura del confronto con civiltà più avanzate. Proponeva, quindi, di tenerla a distanza, contenerla e «il contenimento della Russia, che egli propose, diventò la politica dell’Occidente nel suo insieme durante tutta la Guerra Fredda» (p. 158).  Le prevenzioni di Kennan nel tempo si sono trasformate in un vero e proprio marchio contro la Russia E quel marchio, aggiunge Giulietto Chiesa, si è poi trasformato in dogma. «E il dogma è divenuto la base del “pensiero unico” che nutre, anzi avvelena, la cultura dell’Occidente» (p. 159).

Ed ancora alla fine del “secolo breve” , l’Occidente attribuiva alle orde incolte del resto del mondo (Russia inclusa), l’invidia, l’aggressività la volontà di conquista delle bellezze e della ricchezza materiale che gli appartenevano.