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erano così numerosi tra i primi da far dire che, se i piemontesi unificarono la penisola con la spada, furono soprattutto gli intellettuali del Sud a unificarla con l’intelligenza, da Luigi Settembrini, a Francesco De Sanctis, da P.S. Mancini a Silvio Spaventa. A Nord il braccio ed il realismo politico di Cavour, al Sud la mente. E la mente, dopo l’unificazione, continuò a lavorare a pieno ritmo, sfornando i più grandi storici italiani e i più profondi studiosi della questione meridionale: da Gioacchino Volpe a Benedetto Croce, da Adolfo Omodeo a Rosario Romeo, da Giustino Fortunato a F. S. Nitti, unitari tutti e taluni persino nazionalisti. Il diritto di pentastellati e di leghisti a coltivare le memorie del “vecchio Sud” non li autorizza affatto a considerare, più che ingenui, autentici “traditori” scrittori, pensatori, poeti, uomini d’azione, economisti che a Napoli, a Palermo, a Bari volevano che la loro terra fosse il Meridione dell’Europa non il Settentrione del Mediterraneo. «La crisi dell’idea di Nazione» ha scritto Romeo «ha indotto molti italiani a rinunciare al rispetto di se stes si come collettività e come ci – viltà» ma «il rispetto di se stessi è il primo principio del la vita morale». E Giaime Pintor, di origini sarde, non esitò a scrivere al fratello, nel momento decisivo del suo impegno nella Resistenza, che «il Risorgimento è l’unico episodio della nostra storia politica» ed ha rappresentato «lo sforzo per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini». In sintesi, alla confusione storica di un comico ed alle suggestioni autoritarie di chi sulla rete si richiama a Rousseau, padre del giacobinismo, noi sentiamo di dover opporre la cultura di Benedetto Croce che non casualmente parlava di «Sorgimento», perché riteneva quella pagina l’unica importante della storia italiana dopo la caduta dell’Impero romano.

dagli Annali 2016-2017 del Centro Pannunzio