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Intervento del Presidente Mattarella in occasione della Celebrazione del Giorno della Memoria

Oggi

Ministro Giannini,

Autorità,

Signor Presidente delle Comunità ebraiche d’Italia,

un saluto particolare ai sopravvissuti che sono con noi questa mattina, e alle ragazze e ai ragazzi, un benvenuto e un ringraziamento per essere qui, al Quirinale. Abbiamo potuto ascoltare e condividere, tra le altre, le parole così profonde e cariche di dolore di Sami Modiano, insieme vittima e testimone delle indicibili sofferenze patite dagli ebrei d’Italia e d’Europa nella prima metà del XX secolo.

A lui e a tutti gli altri sopravvissuti che hanno tenuto e tengono viva la memoria della Shoah e dell’internamento, alle loro famiglie così colpite nella vita e negli affetti, voglio esprimere la nostra solidarietà e la nostra riconoscenza. A tutte le migliaia di italiani che non sono tornati dai campi di sterminio va il nostro commosso ricordo.

Complimenti alle classi premiate, a tutte quelle che hanno partecipato, ai tre ragazzi, Rachele, Federica e Sem, che hanno parlato sulla base dell’esperienza del viaggio ad Auschwitz-Birkenau. Gli elaborati esaminati e premiati sono il risultato del loro lavoro di approfondimento e le loro parole pronunziate oggi rappresentano la prova di quanto sia preziosa quest’opera del ministero dell’Istruzione. Dimostrano inoltre quanto sia importante, nella formazione civile e culturale dei giovani, la conoscenza diretta di quei terribili avvenimenti, attraverso il viaggio in quei luoghi e attraverso il contatto diretto con i sopravvissuti.

Il 27 gennaio di 71 anni fa l’esercito russo abbatteva i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Non era, ancora, la fine della guerra. E nemmeno la fine delle persecuzioni, delle sofferenze, delle uccisioni di massa. La maggior parte dei detenuti, circa ottantamila, erano stati trasferiti, con un’ulteriore tappa di crudele accanimento persecutorio: le terribili “marce delle morte”.

Ad Auschwitz-Birkenau i soldati russi trovarono soltanto (se così si può dire) 7000 prigionieri, malati e ormai allo stremo, lasciati lì a morire dai nazisti in fuga. Ma all’interno di quel campo spettrale e sconfinato, delimitato da torrette e reticolati elettrificati, trovarono la più grande, moderna ed efficiente macchina di morte concepita nella storia dell’uomo.

Nel luglio del 2000, proprio in ricordo della liberazione di Auschwitz, il Parlamento italiano ha istituito, per il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Una ricorrenza dedicata alla Shoah, al folle progetto, teorizzato e messo in atto, con feroce determinazione, dai nazisti. Il progetto di sterminare gli ebrei e di cancellare dal nostro Continente ogni traccia della loro presenza, millenaria e feconda.

In questo stesso giorno ricordiamo anche la vergogna delle leggi razziali, volute dal fascismo in Italia nel 1938; ricordiamo la persecuzione degli ebrei italiani, nonché tutti i nostri connazionali deportati nei campi della morte. Ricordiamo anche quei Giusti che, a rischio della propria vita, salvarono quella di altri.

Molti decenni ormai ci separano, oggi, da quella stagione di orrori senza precedenti; e il numero dei sopravvissuti e dei testimoni diretti di quella tragedia si assottiglia. Tuttavia la commemorazione del 27 gennaio non ha mai assunto un carattere di statica ritualità.

Auschwitz, con i suoi reticolati, le camere a gas, le baracche, i forni crematori non ci abbandona. Al contrario, ci interpella costantemente, ci costringe ogni volta a tornare sul ciglio dell’abisso e a guardarvi dentro, con gli occhi e la mente pieni di dolore e di rivolta morale.

Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, storici, scrittori, sociologi, filosofi, psicologi si sono interrogati a fondo – e ancora si continua a farlo – sulle cause, sui motivi, sulle coincidenze che hanno contribuito a creare il sistema Auschwitz e a scatenare in Europa le forze del male. Ogni elemento di approfondimento contiene, in sé, una parte di verità: ma quei quesiti sembrano destinati a restare sempre irrisolti, perché non esiste spiegazione possibile, per quanto si possano rincorrere quelle perverse logiche criminali.

Nonostante la storia dell’uomo sia purtroppo costellata di eccidi, massacri e genocidi, Auschwitz – con il sistema di cui faceva parte – costituisce un unicum, che continua a tormentare la mente, e il cuore, di ogni persona umana degna di questo nome.

Ma, come scrisse Primo Levi, «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario».

Alle elezioni del 1928, in Germania, il partito nazionalsocialista di Hitler, costituito da un gruppuscolo di fanatici razzisti, raccolse solo il 2,6 per cento dei voti. Cinque anni dopo, alla fine del 1933, Hitler aveva conquistato un amplissimo consenso. Era ormai saldamente al potere e poteva inaugurare la stagione del terrore, culminata nelle fucilazioni di massa e nei campi di sterminio, nei quali perirono tra i cinque e i sei milioni di cittadini europei, ebrei soprattutto, ma anche rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, testimoni di Geova, disabili, malati di mente, prigionieri di guerra.

Le idee malsane – e, in verità, nemmeno particolarmente originali – professate da un uomo mediocre e perverso, che credeva nella superiorità razziale, avevano fatto breccia nel cuore della progredita Mitteleuropa.

Avevano permesso l’instaurazione di un regime sanguinario e violento, con molti simpatizzanti all’estero. Avevano, via via, tramutato tanti padri e madri di famiglia in spettatori indifferenti, in apostoli dell’odio, persino in “volenterosi carnefici di Hitler”, per citare il titolo dell’illuminante libro di Daniel Jonah Goldhagen. Avevano trasformato persone inermi, cittadini esemplari, amici, vicini di casa, compagni di scuola e d’armi, colleghi di lavoro, professionisti e artisti affermati, in nemici della nazione, parassiti letali, esseri subumani, che non meritavano alcuna pietà e neppure di vivere. La loro colpa? Quella di appartenere a una minoranza religiosa, pacifica e integrata.

Il premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel, sopravvissuto dai campi di sterminio, ci ha ricordato: «Mai prima di allora tanti bambini e tante famiglie sono stati uccisi da tanti uomini, uomini spesso istruiti, colti, che continuavano a manifestare la loro ammirazione per Goethe, Schiller, Bach, Beethoven, Hegel e Dante».

Possiamo aggiungere : uomini che continuavano a sorridere, a vivere, come se si trovassero in piena normalità, a giocare con i propri figli. Bambini uguali, in tutto e per tutto, tranne che nella fortuna, a quelli che, in braccio alle loro madri disperate, morivano asfissiati nel buio delle camere a gas.

Il piano di eliminazione degli ebrei d’Europa, come ricorda il grande storico della Shoah, Raul Hilberg, si muoveva lungo un progressivo e inesorabile percorso: la legge che proclamava la persecuzione, l’espropriazione dei beni, la perdita dei diritti, l’arresto, la deportazione, l’assassinio.

L’ossessione del diverso, dell’altro da sé, anche se, da secoli, pienamente e lealmente parte della propria comunità, aveva intossicato quasi interamente una nazione; e contagiava quelle vicine. Come ha ricordato poc’anzi Aldo Cazzullo, neanche l’Italia, centro del Cristianesimo, culla del Rinascimento, patria di Dante, Leonardo e Galileo, fu immune dal virus razzista e antisemita.

Anche se la persecuzione degli ebrei in Italia non fu, per vastità, paragonabile a quella realizzata nella Germania nazista, bisogna sapere e ricordare che il tragico percorso delineato da Hilberg, nel nostro Paese, si è svolto per intero.

Gli ebrei, qui – in Italia – sono stati prima bollati come non italiani e, dunque, “diversi”; subito dopo hanno dovuto subire discriminazioni di carattere scolastico, professionale, economico e politico. Sono stati quindi arrestati e portati nei campi di concentramento. Infine deportati e, per usare la terribile espressione dei burocrati nazisti, liquidati.

Nei terribili mesi dell’occupazione nazista dell’Italia tante persone hanno nascosto, aiutato, salvato ebrei in fuga, a rischio della propria vita; difendendo, con loro, la nostra dignità.

Alcuni di loro, penso al questore Giovanni Palatucci e all’amministratore del “L’Avvenire d’Italia”, ed esponente dell’Azione Cattolica, Odoardo Focherini, sono morti nei campi di concentramento, proprio per il loro appoggio agli ebrei perseguitati. Sono circa cinquecento gli italiani riconosciuti da Israele come “Giusti” tra le nazioni. Diverse migliaia si adoperarono in vari modi per la salvezza degli ebrei.

Questo numero, non esiguo, però, non può far dimenticare l’onta delle leggi razziali. E soprattutto la circostanza che alla “caccia all’ebreo” decretata dai nazisti in Italia, dopo l’8 settembre, parteciparono attivamente, con zelo e ferocia, tanti italiani.

Tra la popolazione civile vi fu anche chi, se possibile ancor più spregevolmente, collaborò alla cattura di ebrei in cambio di denaro.

Degli ottomila ebrei italiani, concentrati nel campo di Fossoli e trasportati nei campi di sterminio di Bergen Belsen e di Auschwitz, ne tornarono poco più di seicento.

Tra essi Primo Levi, che raccontò di non essere mai riuscito a liberarsi da un senso di colpa per essere sopravvissuto. Ovviamente Levi non aveva alcuna colpa ma il peso del pensiero dei tanti compagni di sventura, quasi tutti morti nei campi di sterminio si esprimeva in un dolore opprimente. È lo stesso sentimento che abbiamo sentito raccontare da Sami Modiano prima che la preziosa funzione del racconto della Shoah nelle scuole lo liberasse da questa domanda, da questo interrogativo.

Esprimo, a nome di tutti, vicinanza e affetto, a Sami Modiano, ad Antonio Volpe, ad Antonio Morelli – che ha appena compiuto 100 anni – e a Mariano Norata, che li compirà a novembre. Li ringraziamo per essere qui tra noi, oggi. E a tutti loro rinnoviamo solidarietà piena e affettuosa.

Auschwitz, con tutto quel che racchiude e rappresenta, è un buco nero nella storia dell’umanità. Un buco nero che ha di colpo inghiottito – insieme a milioni di vittime innocenti – secolari conquiste nel campo del diritto, della scienza, del pensiero, dell’arte.

Ma l’inferno dei campi di sterminio, come ha scritto con grande acume un altro sopravvissuto, l’ebreo ungherese Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura nel 2002, «non costituisce solo la singolare e sconcertante, incomprensibile storia di un paio di generazioni, ma anche una possibilità dell’uomo in generale».

Hannah Arendt ci ha ricordato che il male assoluto può prendere anche la forma della assoluta banalità; è un dèmone quotidiano che si può trovare annidato nel fondo più oscuro dell’animo umano, pronto a riaffiorare in determinate circostanze storiche o sociali e a diffondersi con la potenza di un virus, trasformandosi in fenomeno di massa.

Per questo nessuno, né oggi né mai in futuro, può sottrarsi dal peso che la Shoah colloca sulle spalle dell’umanità e dalle conseguenti responsabilità per il tempo presente e per l’avvenire.

Auschwitz ci ricorda, ci insegna ogni giorno di quali orrori può essere capace l’uomo, anche il più istruito e apparentemente civilizzato, se si lascia catturare dall’odio, dal fanatismo, da teorie aberranti.

Odio, fanatismo e aberrazioni che purtroppo anche oggi spargono sangue innocente in tante parti del mondo, mettendo a rischio la pace, la civiltà e la convivenza. L’antisemitismo che, talvolta, si fa schermo di forme di antisionismo, non è mai completamente debellato.

Mentre altri tipi micidiali di razzismo, di discriminazione, di intolleranza si diffondono attraverso il web, in maniera insidiosa e incontrollata.

Ma la forza dell’odio e dell’intolleranza non può prevalere, e non prevarrà, sulla civiltà e sul diritto.

Auschwitz è la “Notte” descritta da Wiesel, il luogo senza luce raccontato Primo Levi, il sonno della ragione e del sentimento.

Rappresenta anche lo spartiacque della nostra storia recente. E’ stato l’apice, il punto più acuto e raccapricciante dei decenni del secolo scorso contrassegnati da guerre, da progetti di dominio sul continente, dal culto della potenza, da totalitarismi. La costruzione dell’Unione Europea – la nuova Europa della pace e della democrazia – rappresenta la risposta politica, storicamente più importante, a tutto questo e la coscienza del genocidio è stato uno dei motori fondamentali del processo di convergenza tra Paesi democratici.
Oggi l’Europa manifesta affanno di fronte a sfide nuove e impegnative. Ma la nostra storia, la storia d’Europa e la Shoah ci dicono che il nazionalismo di ritorno non ci proteggerà dalle nuove insidie. E’ un’illusione alzare muri e ricercare negli Stati nazionali un’inverosimile sovranità perduta. I nazionalismi generano diffidenza, rivalità crescenti, contrapposizioni, ostilità: una china pericolosa che abbiamo vissuto nel Novecento e alla quale statisti illuminati hanno contrapposto l’integrazione europea. E’ allarmante che tutto questo rischi di appannarsi, in Europa, nella sensibilità comune e nell’agenda di alcuni governi.

E’ bene, allora, ricordare che le radici di questi settanta anni di pace e di sviluppo vanno individuate anche nel sangue delle vittime e nella terra fredda, mista a cenere, di Auschwitz, Treblinka, Sobibor, Bergen Belsen, Buchenwald, Mauthausen, Dachau e di tutti gli altri campi.

Non la rimozione o, peggio, la negazione della Shoah, ma la sua memoria, viva e presente, ha contribuito a dare consistenza e forza ai principi che fondano la nostra civiltà e il nostro patto di convivenza, in Italia e in Europa: la democrazia, l’eguaglianza, la giustizia, la pace, il rispetto dei diritti dell’uomo. Nella nostra Costituzione, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in tanti altri documenti internazionali si affermano con forza e con chiarezza quei principi inalienabili che l’ideologia che aveva prodotto Auschwitz, disprezzava e calpestava.

Ricorro ancora alle parole, in apparenza paradossali, di Kertész: «La Shoah è un valore, in quanto ha condotto, attraverso una incommensurabile sofferenza, a un’incommensurabile conoscenza; e in tal modo nasconde dentro di sé un’incommensurabile riserva morale».

Una riserva morale che – come è avvenuto quest’oggi, con un incontro che appare anche come un passaggio di consegne tra i sopravvissuti e voi ragazzi – le generazioni devono custodire gelosamente e tramandare nei tempi, perché questi orrori non abbiano mai più a ripetersi.

Richiamo le parole di Primo Levi: “Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore”. Questo è stato il suo grido, di rabbia e di dolore, al ritorno da Auschwitz.

Meditare e tramandare, cari giovani presenti. E’ questo l’autentico e irrinunziabile significato del Giorno della Memoria.

27 Gennaio 2020/da user-pannunzio
Tags: olocauto, persecuzioni, presidente, Storia
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