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Le Società complesse sono governate da sempre da leggi e fondate sull’osservanza di regole codificate. In questa breve nota vorrei parlare di quella che ho definito nel titolo “la regola del senza”, che, come andrò a spiegare, sembra governare o quanto meno influenzare profondamente i comportamenti sociali attuali. Mi riferisco all’universo delle diete, ai regimi alimentari che non solo orientano le nostre scelte di nutrizione, ma tendono ad inquadrarci in uno stile di vita, a catalogarci e differenziarci a seconda della regola sposata. Regola, nella tradizione cristiana, è quell’insieme di norme e comportamenti con cui è organizzata la vita individuale e collettiva per il raggiungimento della perfezione spirituale. Se ogni ordine religioso ha la sua regola, benedettina, francescana, agostiniana etc. che si differenzia dalle altre per scopi e comportamenti, oggi potremmo dire che la collettività è regolamentata e suddivisa in base a ciò che mangia, o meglio in base a ciò di cui si priva. La regola del senza, per l’appunto.

In una società dell’immagine dove la presenza e la prestanza fisica sono fondamentali, il corpo è diventato lo specchio dell’anima o forse il sostituto dell’anima stessa cui dedicare le migliori attenzioni per prolungarne la vita e soprattutto il benessere mantenendo un gradevole aspetto. Scegliere il format nutrizionale ideale, ma soprattutto virtuoso, diventa quindi perentorio. Scegliere una dieta diventa una filosofia, una religione, un’ideologia in cui identificarsi. L’importante è privarsi: di glutine, di latte, di carne, di carboidrati, di zuccheri. Quando si abbraccia uno stile alimentare si entra in una comunità in cui tutti professano la stessa fede escludendo chi non ne fa parte. Alla base di alcune scelte ci sono, però, non solo motivi estetici, ma anche etici; una dieta senza carne, la vegetariana o ancor più la vegana, presuppone un approccio alla vita rispettoso degli animali che vengono considerati nostri simili e non potenziali alimenti, così come sosteneva Pitagora nei suoi assunti.

L’esclusione di alcuni alimenti è ovviamente anche riconducibile ad allergie o intolleranze conclamate; in questi casi è d’obbligo privarsi di alcuni componenti dell’alimentazione e sostituirli con altri più appropriati. E’ il caso, ad esempio, delle allergie al glutine o al lattosio che, se non riconosciute, possono arrecare danni gravi alla salute. Il fatto curioso è che molte persone sposano diete no gluten e lattosio free pur non avendo problemi di sorta, ma in quanto convinte di praticare un’alimentazione più “sana” che le renderà più “pure”: una sorta di ascetismo moderno.

In questa ottica si inserisce la scelta di escludere i prodotti fatti col frumento sostituendoli con quelli preparati con i cosiddetti “grani antichi”. Si tratta di grani utilizzati in passato, poi abbandonati a favore di specie più resistenti e produttive, ed ora recuperati con grande successo perché si ritiene si siano mantenuti “puri” nel tempo. Un successo dovuto in gran parte alla spinta sociale verso tutto ciò che è cibo naturale e “originale”, quindi non contaminato nel tempo dall’intervento umano, interpretando, forse inconsciamente, il termine intervento come manipolazione.

Autodisciplina, salutismo, controllo del proprio corpo attraverso l’eliminazione di cibi potenzialmente pericolosi e contaminanti, governo e disciplina delle pulsioni dello stomaco aiutano a rassicurarci, come se avere il controllo di sé ci aiutasse inconsciamente a sconfiggere la paura del “fuori”, di quello che non dominiamo, in una realtà senza dubbio insicura e precaria come l’attuale.

Questi indirizzi comportamentali, se in parte scaturiscono dall’interno del nostro io, vengono ampiamente sollecitati dalle industrie alimentari e dalle aziende del “benessere” che muovono interessi economici di grande entità,orientando la domanda di salute e bellezza con abili operazioni di marketing. Mi riferisco in particolare a quelli che vengono definiti “claim salutistici”, riportati sulle confezioni o negli spot pubblicitari, che esaltano le particolari proprietà benefiche, se non miracolose, di un prodotto o di un suo componente. Con riferimento ad esempio ai grani antichi sopra citati, se da un lato non si può che plaudere al recupero di grani altrimenti perduti, né contestare la possibilità di avere così una scelta più variegata, e quindi di poter godere di gusti diversi, dall’altro non è sempre provato scientificamente che abbiano proprietà terapeutiche e curative, come molto sovente propagandato.

Grazie ad abili e seducenti operazioni di marketing compriamo oggi, a prezzi da ricchi, cereali una volta consumati dai poveri. Anche il cibo subisce il fascino della moda. Se una volta i cibi à la page, indicatori di uno status, erano ad esempio il caviale o i tartufi, oggi è di moda una sorta di pauperismo elitario: lasciamo alle fasce più deboli l’onere di satollarsi, farsi del male e ingrassarsi con il cosiddetto junk food di poco prezzo ad alto contenuto di grassi e ci purifichiamo …”naturalmente” a caro prezzo.

Non dimentichiamo, infatti, che, in totale antitesi al recente modello di consumo attento alle diete,  resiste, anzi persiste, un modo scorretto di nutrirsi che alimenta (è il caso di dirlo!) la comunità degli obesi dando luogo al fenomeno definito “globesità”.  Pare infatti che al mondo ci siano più di 600 milioni di obesi il cui numero è destinato a crescere.  Queste persone, compatite se non disprezzate per i loro incontrollabili appetiti, vengono percepite come un “peso” non solo sulla bilancia, ma soprattutto sul bilancio. Tutto questo dimenticando che vengono costantemente adescati con metodi più o meno sottili dall’industria del cibo spazzatura di cui sono i migliori clienti. Con queste premesse sembra proprio che la grande industria alimentare si stia spartendo la torta.

A fronte di questa mole di messaggi superficiali e fuorvianti, a volte tra loro contrastanti, che ci sommerge è peraltro doveroso porre in evidenza le numerose e crescenti iniziative e campagne avviate da tempo da Istituzioni e Associazioni (nazionali ed internazionali, pubbliche e private) per promuovere il consumo di alimenti più salubri composti da materie prime di qualità, con pochi conservanti, grassi, additivi e coloranti. Una tendenza encomiabile e virtuosa mirata a migliorare la nostra salute e la situazione economica del welfare sociale, attraverso un’ampia, capillare (ad es. nelle scuole) diffusione ed un’efficace informazione dei molteplici benefici derivanti da una corretta e sana alimentazione. Molte volte basterebbe nutrirci con buon senso ed equilibrio per soddisfare le nostre esigenze di benessere. Questo ci riporta al ruolo centrale della comunicazione che nella sua funzione culturale e pedagogica è in grado di influire in modo significativo su diversi aspetti, ideologici, emotivi, estetici, e nel contempo di aprire interessanti sbocchi di mercato.