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Domani 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Assolvo al compito che mi è stato lasciato in eredità, condividere con più persone possibili la storia della mia famiglia nell’inferno dell’Olocausto. Credo che le tante memorie della Shoah, anche se personali, non vadano chiuse in un cassetto. Ogni frammento è utile a tramandare il ricordo, a far sapere a chi ci sta vicino che cosa è accaduto. Teniamoli in mano questi fotogrammi di vita e di morte, perché saranno loro a comporre la Storia. Condividiamoli e trasmettiamoli a chi verrà dopo di noi. Forse, e soltanto forse, potremo dire di aver fatto il possibile per stare fuori dall’abisso.

Quest’anno riporto l’ultima lettera scritta dallo zio Arrigo il 7 gennaio del 1944 dal campo di concentramento di Fossoli (Modena). Il 22 febbraio viene trasferito a Milano, dove con il “convoglio 08” inizia il suo viaggio blindato verso il campo di sterminio di Auschwitz. La cartolina postale è indirizzata alla signorina Rita Panero, una dipendente della sua azienda.

Arrigo tenta la fuga verso la Svizzera ai primi di dicembre del ’43. Con sua moglie Emma (sorella di mia nonna), suo figlio Marcello, Michelina (mia nonna) e suo figlio Sergio (mio padre), Giorgio e Giacomo (fratelli di Emma e di Michelina).

Giorgio e Giacomo, con le valigie in mano, sono catturati dalla Gestapo, nel centro di Torino, a poche centinaia di metri dalla stazione di Porta Nuova, il giorno stesso della partenza. Trasferiti al carcere delle Nuove, vengono blindati sul “convoglio 06” partito da Milano con destinazione Auschwitz. Entrambi morti in data sconosciuta.

Arrigo, Emma, Marcello, mio padre e sua madre hanno un appuntamento con un passeur in un cascina al valico di Ponte San Pietro (Varese), a pochi chilometri dal confine con la Svizzera. La sera stessa dell’arrivo si mettono in marcia guidati dall’uomo, che prima di partire s’intasca denaro, fedi, orologi e collane. E’ notte fonda quando arrivano alla recinzione, il passeur alza la rete, loro s’infilano sotto e lui sparisce. Papà ricordava di avere visto nel buio una baracca di legno illuminata a giorno con la bandiera a scudo crociato sul tetto: “Brillava come una stella”.

Ora gli Ottolenghi e i Levi sono in Svizzera e sono clandestini.

Un centinaio di metri e un soldato elvetico li ferma: “Oggi abbiamo ancora sei posti per l’accoglienza dei profughi”. Loro sono in sette. Il gendarme indica ai primi l’ingresso della baracca. Lo zio Arrigo è l’ultimo della fila: “Lei torni domani”. Lo svizzero lo accompagna alla rete e lo fa uscire.

Il resto è frutto di ricostruzione. La recinzione è pattugliata dai soldati tedeschi, dalle Ss con i cani lupo e da ronde di fascisti. Lo zio Arrigo molto probabilmente lo trovano pochi minuti dopo, perso nel freddo del bosco, impaurito, senza sapere dove andare. Il giorno e il mese in cui è arrivato ad Auschwitz, e quando e come è stato assassinato, non si è mai saputo.

Ha fatto in tempo a scrivere queste righe da Fossoli alla sua segretaria: “Mi procuri per cortesia qualche barretta di quel cioccolato, un po’ di zucchero e una pancera di lana”. L’ultima, innocente lettera della sua vita. Poi il buio.

Questo scritto è in memoria dei fratelli Giorgio e Giacomo Ottolenghi, di Arrigo Levi e dei 15 nostri famigliari uccisi ad Auschwitz.

Che il loro ricordo sia di benedizione.

www.giorgiolevi.com