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Storia di masse o di uomini, di Paolo Vieta

Ieri

Ogni epoca ha la propria storiografia, l’insieme di concezioni e valori che costituiscono il punto di vista, il filtro, le lenti attraverso cui si guarda e si interpreta il passato. Per questo evolve e si modifica in funzione di come cambiano i valori della società che la produce. Mi spiego con un esempio ormai consolidato che non è oggetto di dibattito. Giacomo Leopardi è pilastro della storia della letteratura italiana e generazioni di allievi lo hanno studiato in parallelo con Ugo Foscolo. Ma non sempre è stato così. Fu Benedetto Croce a riconoscergli un primo ruolo nella sua storia della letteratura, dove altri prima lo avevano escluso. Non perché non fossero note le sue opere, ma perché non erano rispondenti ai valori dell’epoca. L’Italia a cavallo tra il XIX ed il XX secolo si riconosceva in pieno nei valori del Risorgimento che l’aveva creata. Ed il Risorgimento era stato, soprattutto, partecipazione e sacrificio. Propaganda clandestina, arresti; rivolte, barricate, repressione; la libertà cercata sui campi di battaglia, trecento volontari con Pisacane, mille con Garibaldi. Se il Re non è «insensibile al grido di dolore che da tante parti di Italia si leva verso di noi», allora non può esserlo nessuno. Non è certo Gramsci ad aver inventato l’idea dell’intellettuale impegnato. Foscolo era a Genova e a Marengo a battersi contro gli austriaci. Leopardi dov’era? A studiare nella biblioteca paterna, oggi qualcuno lo chiamerebbe nerd, pronto ad invaghirsi della prima contadinotta che vede dalla finestra. Condizione che Alberoni potrebbe definire «innamoramento da sovraccarico depressivo». Nei decenni successivi si volta pagina, si modificano i valori, il Risorgimento diventa un fatto acquisito, c’è spazio anche per chi non vi ha partecipato direttamente, ma di cui si riconosce la profondità intellettuale, il valore letterario. Oggi è molto diffusa una storiografia, di derivazione marxista, che filtra la storia secondo il valore dei movimenti di massa, attribuendo ai popoli la responsabilità degli eventi e privando i leader di qualsiasi ruolo o importanza. Lo studio sociologico del passato è importante, dalle abitudini quotidiane, ai modi di pensare, ai movimenti politici sono tutti elementi che contribuiscono a delineare il quadro in cui avvengono i cambiamenti epocali. Ridurre l’importanza del ruolo dei decisori, fino ad escluderli, porta però ad una visione limitata e parziale del quadro. Soprattutto in ambito militare in cui, se la composizione sociale dell’esercito è fondamentale per spiegare la motivazione, l’esperienza, la capacità di resistere in condizioni drammatiche, sono le decisioni del comandante che decidono le sorti della battaglia. Quando arrivo a leggere che Napoleone non fu nulla di particolare, un generale come tanti altri, figlio della sua epoca, deduco che qualcuno deve rivedere il proprio senso del ridicolo. È importante sapere che l’esercito francese a Waterloo era costituito raschiando il fondo del barile agli Invalides, ma le decisioni di insistere alla fattoria di Hougoumont, di lasciare che Ney reiterasse undici volte cariche non decisive, di confidare nell’arrivo di Groucy, sono tutte di Napoleone, al più dei suoi generali. Scrivere una storia in cui le masse sono al centro ed i leader sullo sfondo, se non del tutto assenti, rischia di essere limitata se non fuorviante. Chi ha letto Caporetto del Prof. Alessandro Barbero, avrà trovato interessante la vita dei soldati, la stanchezza delle truppe, la composizione dell’esercito, i rimaneggiamenti continui tra i reparti, in confronto con l’organizzazione della macchina militare tedesca, ma il punto di vista dei comandanti, le informazioni in loro possesso, le decisioni prese, giuste o sbagliate, sono molto scarni. Qualcuno sarà rimasto deluso: c’è molta sociologia e poca polemologia nelle opere di Barbero, come di tanti altri. Nel maggio 1940, la disfatta francese porta alla rocambolesca evacuazione di Dunkerque, di circa duecentoventimila soldati inglesi e centodiecimila francesi. Poi la Francia si arrende, firma la pace con i tedeschi, dando vita al governo di Vichy. Il 18 giugno De Gaulle pubblica il celebre appello che invita tutti a resistere, continuando la lotta; di fatto sconfessa il Governo di Vichy, che si considera legittimo e che, per reazione, lo condannerà a morte con sentenza della Corte Penale Militare di Clermont Ferrand. Sarà invece grazie alla caparbia determinazione di De Gaulle che, quattro anni dopo, la divisione corazzata francese del Generale Leclerc, libererà Parigi. Nel frattempo, però quasi tutti i francesi evacuati a Dunkerque, erano stati rimpatriati: poche migliaia avevano risposto all’appello del generale. Mentre De Gaulle scriveva la Storia, le masse dov’erano? Le masse erano con Vichy! Viviamo in un’era che si definisce atomica da quando il 6 agosto 1945, il bombardiere Enola Gay sganciò la bomba su Hiroshima. Per decisione del Presidente USA Harry Truman. Decisione su cui si sono fatte molte congetture, non ultima che volesse dare un segnale di superiorità ai sovietici, in un clima che era già di guerra fredda. Ritengo invece cha la motivazione sia più semplice e ben più pragmatica: Truman aveva sul tavolo il rapporto di Iwo Jima, battaglia conclusasi nel marzo ‘45, con una vittoria pagata cara. I giapponesi avevano asserragliato circa 20.000 uomini nella fortezza scavata nel Monte Suribachi. Alla fine, poche centinaia si arresero: oltre 18.000 si immolarono portandosi nella tomba circa 6.000 soldati americani, in rapporto di tre a uno. Numeri non altissimi, ma agghiaccianti. Nemmeno la Folgore ebbe percentuali di caduti così alte. Divenne chiaro che, per ragioni culturali e religiose, i giapponesi si sarebbero sacrificati fino all’ultimo. Potendo contare su non meno di tre milioni di uomini, sarebbero potuti costare la vita ad un milione di ragazzi americani. Su questo scenario, il Presidente decise di sganciare la bomba. Uccidere qualche decina di migliaia di civili può essere considerato un crimine di guerra, o un atto umanitario, perché ha scongiurato un’alternativa peggiore. In ogni caso la decisione fu di Truman, non delle masse; non mi risulta che, prima di dare l’ordine, abbia fatto un referendum o un sondaggio. Forse perché non aveva la piattaforma Rousseau. Un’applicazione pratica di questa idea che siano le masse il motore della Storia, si trova nell’ultimo allestimento del Museo del Risorgimento di Torino che, francamente, non mi convince. È la visione demilitarizzata di un periodo storico che, invece, aveva fatto della passione per l’idea nazionale, dei volontari, degli arruolamenti, della insurrezione, della guerra, il proprio motore. Come si evidenzia in tanta parte del suo risvolto culturale che è l’opera lirica da Guerra, guerra le galliche selve, quante han querce producon guerrier Norma, Bellini 1831, a Suoni la tromba e intrepido io pugnerò da forte, bello è affrontar la morte gridando: libertà, I puritani, Bellini 1835, a Su del Nilo al sacro lido. Sien barriera i nostri petti, non echeggi che un sol grido: Guerra e morte allo stranier! Aida, Verdi 1872. Non che prima non ci fossero dei problemi: lo ricordo da bambino, negli anni ‘80, quando dopo la sala sulla Prima Guerra Mondiale, si entrava nel grande salone, dipinto di nero, con tante teche piene di bandiere rosse e cimeli della Resistenza, a sostituire le bandiere nere ed i labari fascisti che non vidi mai, ma che sicuramente vi aveva collocato De Vecchi. In occasione della visita di Ciampi nel 2001, il salone fu svuotato e restaurato con i colori originali del palazzo. Oggi vi hanno collocato le grandi tele raffiguranti le battaglie che, tolte alle altre sale ormai demilitarizzate, sull’idea che la Storia sia fatta dalle masse e non dai generali, spiaceva gettare alle ortiche. Sono state molte le idee del Risorgimento ed in molti a volersi appropriare della sua eredità: bene fece Pannunzio a chiamare il suo giornale Risorgimento Liberale 1943-45, proprio per distinguersi da quella idea di continuità che il Fascismo aveva avocato a sé stesso. L’aspetto più interessante della visita, non è il museo stesso, ma il video che si trova sullo scalone all’ingresso, in cui si narra la storia del museo e dei suoi allestimenti. Ognuno dei quali è frutto dell’idea di Storia che si ha in quel momento, data dai valori che ne determinano la storiografia e che ne costituiscono il filtro, le lenti attraverso cui si guarda. L’attuale allestimento, in cui è preponderante l’idea che siano le masse, i movimenti sociali a determinare gli eventi è frutto di una delle possibili concezioni della Storia ed è uno degli allestimenti possibili. Che personalmente non condivido e che in futuro sarà diverso. L’aver tuttavia collocato, come introduzione, un video in cui si inserisce la propria idea di allestimento, all’interno della storia degli allestimenti, rinunciando così alla presunzione di avere l’ultima parola, è a dir poco ammirevole.

2 Agosto 2020/da user-pannunzio
Tags: Storia
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