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Il ventennale della morte di Bettino Craxi ha finalmente permesso di squarciare il velo su un delitto premeditato: L’assassinio del Partito Socialista Italiano; non vorrei sembrarvi anche io un reduce, termine che uso per indicare i miei ex  compagnucci.

Perché mi sono inventato il termine reduci?

In effetti, le adunate dei vecchi socialisti assomigliano più alle rimpatriate dei compagni del Liceo, dove ognuno guarda l’altro felice di non essere invecchiato a tal punto, per poi lasciare la compagnia riproponendosi di disertare i prossimi appuntamenti.

Vi siete chiesti perché nel panorama politico gli unici che possono fregiarsi del titolo di reduci sono i socialisti? Mentre i sopravvissuti degli altri partiti, anche se centenari, continuano a dispensare pillole di presunta saggezza.

L’omicidio del socialismo craxiano è stato come la liquidazione dei cartaginesi quando i Romani, non paghi della vittoria, cosparsero le rovine di sale.

Sono sicuro che la liquidazione di quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale, non fosse inizialmente prevista. Dc e Pc avevano, grazie alla non trattativa con le BR, portato a compimento la strategia berlingueriana del compromesso storico, ammantata, da sinistra, come l’incontro tra socialisti (v. comunisti) e cattolici, facendo finta che Don Sturzo fosse ancora vivo; in realtà fu il compromesso tra PCI e DC al fine di occupare indisturbati tutti gli spazi politici, convinti come erano i Comunisti che da soli al Governo non ci sarebbero mai andati, soprattutto come fosse più conveniente un’opposizione di maniera, piuttosto di ammettere di aver militato in un partito che dal 1921 non ne aveva fatta una giusta (e di questo parleremo in un prossimo articolo).

Nati dal fideismo alla rivoluzione d’Ottobre, i suoi dirigenti passarono imperterriti lungo il regime del terrore staliniano, il quale tra l’altro colpì quei poveri cristi esuli a Mosca, tra l’indifferenza dei dirigenti italiani che, un po’ per fanatismo, un po’ per vigliaccheria girarono la testa.

In fatto di criminalità politica, Stalin viene subito dopo Hitler, con Mussolini, cari resistenti di maniera, terzo ma con distacco. Contiamo pure, morti, imprigionati e aggressioni a Paesi terzi, questo non certo per riabilitare Cerruti che, soprattutto per le leggi razziali, non è riabilitabile, ma per amore di verità storica.

Nell’immediato dopo guerra, ci fu l’invasione sovietica dell’Europa, e noi italiani non diventammo colonia russa solo grazie agli accordi di Yalta. Nulla lascia credere che se Togliatti si fosse trovato nei panni di Ulbricht, non avremmo fatto la fine dei tedeschi, degli ungheresi o dei polacchi.

La strategia resistenziale dei partiti comunisti europei fedeli a Stalin (e il nostro lo era eccome), fu quella dei fronti popolari con gli odiati socialisti per poi mangiarseli in un boccone.

Questi gli antefatti (sollecito il dibattito).

Nel 45 appunto, Stalin ordinò a Togliatti di aprire ai socialisti italiani. Quegli ex massimalisti che pur non essendo proni a Mosca, per amor di rivoluzione (un vero e proprio tic delle sinistre novecentesche) accompagnato dall’odio capitalista, pensavano di scegliere il male, o il bene minore.

Poi ci fu il rinsavimento socialista di Nenni, il quale ricordandosi forse le sue origini repubblicane, restituì quel “Premio Stalin” che gli costò la scissione saragattiana, riscoprendo i valori del socialismo turatiano.

Il Centro Sinistra, fu la cosa più di sinistra che il nostro Paese abbia mai concepito. Detto tra di noi, meno male che ci fu la resistenza dorotea e fu impedito ai socialisti di arrivare al socialismo con le riforme di struttura e le nazionalizzazioni che furono, a mio parere, la vera prima origine del debito pubblico.

Quello fu un socialismo non a chiacchiere, come quello comunista e, con il senno di poi, se non ci siamo bevuti il cervello, assolutamente rivoluzionario, almeno per i pochissimi anni in cui il Centro Sinistra fu propulsivo.

Craxi subentrò a quella stagione, il suo fu un socialismo meneghino, rampante, finalmente non nemico giurato del business, soprattutto non prono a quel sindacalismo del dopo guerra, prima di tutto politico e ideologico, poi tragicamente in ritardo sulla visione tra capitale-lavoro.

Solo chi non ha conosciuto il vecchio PSI, quello che non permetteva l’iscrizione agli imprenditori, non può capire la carica innovativa di Bettino, certo ancora accompagnata da ritardi, soprattutto in politica estera, sostenendo improbabili regimi socialisti arabi e via cantando.

Il vero passaggio ad un socialismo democratico europeo, comunque porta la sua firma e i grandi uomini politici vanno giudicati dalle grandi intuizioni, più che dagli errori, anche quando questi sono tanti. Uno su tutti: conquistare il potere, non con i voti e con il consenso degli italiani che allora erano innamorati di Berlinguer (santificato ancora oggi un po’ da tutti), ma con il sottogoverno, facendo concorrenza a due campioni del finanziamento illecito: la DC e il PC.

Non fu la rivolta popolare a liquidare il Craxismo, piuttosto la caduta del muro di Berlino che finalmente, oltre dal liberarci di una feroce dittatura anche coloniale, permetteva alle sinistre di competere in Italia con la “Balena bianca”, un coacervo di cattolici, liberali, alti burocrati e chi più ne ha ne metta, che finalmente poteva essere giudicata per quello che valeva (e ora sappiamo che in fondo valeva).

Berlinguer muore nell’84, il muro di Berlino cade nell’89. In quei cinque anni, prima Natta e poi Occhetto, cercano di districarsi in quel pasticcio berlingueriano dell’inciucio con la DC. Il partito non è più il monolite di un tempo, Berlinguer ha saldamente occupato il Centro, tra l’ala movimentista di Ingrao e l’ala migliorista di Amendola e Lama, questi ultimi sono per un cauto avvicinamento al PSI.

La débâcle del comunismo reale, avrebbe dovuto liquidare un Partito che non era mai diventato socialista e manco meno socialdemocratico. Così non fu, perché l’asse tra Berlinguer, la DC (e va detto con la complicità dell’anticraxiano Sandro Pertini), spostò il dibattito dal fallimento comunista alla questione morale, che vedeva i socialisti particolarmente esposti, un po’ perché erano dei parvenu del sottogoverno (di fronte alla mangiatoia i poveri sono più ingordi rispetto ai ricchi), ma soprattutto per l’infernale meccanismo dei congressi che ben prima di Craxi aveva mutato in senso clientelare il partito.

Come vedete non nascondo i difetti socialisti, ma se li paragonate a quelli comunisti, lascio voi trarre conclusioni….

Come la DC sia caduta nel tranello, è uno dei tanti misteri italici che forse non scopriremo mai, tra l’altro trascinando gli alleati storici come repubblicani, liberali e socialdemocratici. Ma questo fa parte soprattutto della storia della magistratura italiana dagli anni Ottanta a tutt’oggi.

Craxi, che in fondo era un romanticone di socialista, permise l’ingresso dei comunisti tra i socialisti europei nel 92, dopo che nell’89 ci fu la svolta della Bolognina, dove Occhetto sancì la fine del ”glorioso partito comunista” (si fa per dire), iniziando il cammino del cambio delle sigle senza il cambio della mentalità e soprattutto della presunzione comunista.

Per amore di verità, va anche detto che a tutto questo si accompagnò il suicidio dei socialisti, i quali da ex craxiani acritici, salirono sull’Aventino; addirittura Claudio Martelli che tutto doveva al suo capo, si propose come possibile successore, per non parlare di Giuliano Amato, il dottor Sottile, gran consigliere e Macchiavelli di Bettino. Il quale si presterà addirittura quale stampella dei Governi di centro sinistra.

Bisogna parlare anche dei dirigenti periferici e della base, che per un certo periodo di tempo fecero finta di non aver mai conosciuto Craxi, prigionieri di quella sindrome di Stoccolma che li porterà tra la sinistra senza nemmeno mai essere veramente accettati, né valorizzati. Caso emblematico il figlio di Bettino.

Veniamo a Berlusconi e al berlusconismo.

Anche in questo caso, i socialisti dimostreranno di non avere gli attributi, potevano cogliere l’occasione di un contenitore ancora sostanzialmente anonimo, ma ad approfittarne furono pochissimi, gli altri fecero gli accattoni a sinistra chiedendo l’elemosina in quel nuovo coacervo arboreo che sarà l’Ulivo di Prodi. Con il risultato che Berlusconi, spregiudicato di suo, abbandonerà i mondi socialisti e liberali per quelli leghisti e missini.

Consentite di dedicare un piccolo spazio al Berlusca, vero che oltre aver salvato il liberalismo italiano, nel 94 salvò il suo impero ma, il fatto che un’impresa potesse essere minacciata, la dice lunga sulla “gioiosa macchina da guerra”.

Veniamo alla situazione odierna: i 5Stelle, non sono, ne di destra ne di sinistra, il PD non è ne di destra ne di sinistra, la lega non è ne di destra ne di sinistra. Solo Fratelli d’Italia e i cespugli dell’estrema sinistra rivendicano le loro origini. E’ un po’ poco per giustificare la fine della prima Repubblica, ma soprattutto l’omicidio-suicidio del socialismo italiano.

Speriamo continui il dibattito

Tito Giraudo

3 commenti
  1. Sante ...sarà edito libro ...prezioso... ciao
    Sante ...sarà edito libro ...prezioso... ciao dice:

    ..ti sto seguendo…con interesse storico avendo più di 80 anni sono cose vissute come osservatore curioso :INDIVIDUALITÀ.!

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  2. giuseppe brescia
    giuseppe brescia dice:

    “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”, di Giuseppe Brescia. Forse gioverebbe una integrazione di memoria storica, un po’ a tutti. I comunisti hanno sempre trattato i socialdemocratici come “socialtraditori” e “socialfascisti”, anche a livello internazionale ( si ricordino i casi di Kautskj e Bernstein in Gernmania ). I loro primi “rivali” erano proprio i “riformisti”. In Italia, furono espulsi Tresso e Ravazzoli, nel 1930, con l’andriese Alfonso Leonetti ( l’autore di “Da Andria contadina a Torino Operaia” e delle “Note su Gramsci” ). Cioè, fu cancellata l’opposizione e l’alternativa ( Sindacale, organizzativa e intellettuale ) alla linea di Togliatti, non a caso sulle vicende dell’ “Oro di Mosca” ( studiate poi da Valerio Riva ). L’anno dopo, nel 1931, fu espulso Ignazio Silone, con Nicola Chiaromonte direttore e fondatore di “Tempo presente” nonché autore di “Uscita di sicurezza” e “Avventura di un povero cristiano”, noto anche come co-autore de “Il Dio che è fallito”. Certo il crollo del muro di Berlino e l’abbattimento della statua di Lenin a Mosca preoccuparono non poco il Partito Comunista dell’epoca ( 1989 ). In quegli anni, Cossiga e altri cominciarono anche a parlare dei crimini durante la Resistenza nel “triangolo rosso” ( poi discussi da Giampaolo Pansa ). Non andrebbe secondo me dimenticato un altro elemento: l’investitura e la chiamata che il ministro della Giustizia on. Claudio Martelli, del governo Craxi, aveva proposto per il giudice Falcone a Capo e coordinatore della Direzione Nazionale Antimafia, direttamente da Palermo a Roma. L’ operazione di accreditare storicamente al Partito Socialista Italiano la “patente” della lotta antimafia, ai suoi più alti livelli istituzionali, formava altro fumo negli occhi al partito della “egemonia”. Con tutto ciò si stenta a fare i conti, come asserito anche nel corso del dibattito, dal momento che si dovrebbero fare i conti con l’occupazione sistematica della cosa pubblica, la moltiplicazione dei centri di spesa e – per così dire – le “matrici culturali del debito pubblico”. Grato, cordialmente, Giuseppe Brescia

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