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“Humare”. Morte e vita della civiltà, di Giuseppe Brescia

Saggi

La sapienza dei secoli porge riparo spirituale nel dover fronteggiare le gravi crisi. In eminente esempio, dopo gli archetipi di Leonardo ( 1453-1519 ) e le Madonne di Raffaello ( 1483-1520 ), il richiamo a ciò che è “umano nell’uomo”, la risorsa preziosa di Vasilj Grossman ( 1905-1964 ), autore de “Il bene sia con voi!”, conquista il nostro animo, sconvolto e turbato dal declino di civiltà e dalla diffusione pandemica. Della Madonna Sistina di Raffaello ( 1513-1514 ), scrive l’autore di Vita e Destino: “La Madonna col bambino è l’umano nell’umano: sta in questo la sua immortalità”. Come a “Treblinka”: “Era lei a calpestare scalza, leggera, la terra tremante di Treblinka, lei a percorrere il tragitto da dove il convoglio veniva scaricato fino alla camera a gas. (..) Ma noi, tutti noi, l’abbiamo riconosciuta, e abbiamo riconosciuto suo figlio, perché lei siamo noi, madre e figlio sono l’umano nell’uomo. La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta”. “La Madonna ha patito con noi ogni momento, perché lei siamo noi, perché siamo noi suo figlio”. E la Pietà, la forza dell’umano: “Vivrà in eterno, e vincerà”.

Che cosa voglia dire “Umano nell’uomo”, noi italiani lo dobbiamo a Giambattista Vico, da “Homo” – “Humus”, “terra”, detto di chi “dà sepoltura ai morti”, allorquando sinteticamente il filosofo napoletano spiega nella Scienza Nuova seconda la seconda prerogativa delle cose umane ( par. 12 ed. Nicolini ); la derivazione di “humanitas” da “humare” e la pratica della sepoltura come “foedera generis humani” ( par. 337, nel Libro primo. Dello stabilimento dei principi. III. Dei princìpi ). “Essa umanità ebbe incominciamento dall’ humare, ‘seppellire’ ( il perché le sepolture furono da noi prese per terzo principio di questa Scienza ); onde gli ateniesi, che furono gli umanissimi di tutte le nazioni, al riferire di Cicerone, furono i primi a seppellire i loro morti” ( par. 537, al Libro secondo. Della sapienza poetica. IV. Dell’iconomia petica  ). Ora, che cosa ci sgomenta e rattrista più d’ogni altra ( la serie dei contagi, la intensità dei ricoveri, la frequenza stessa delle morti di pazienti ), nella presente crisi epidemica e sanitaria ? Fino al compianto di Capi di Stato, e alle invocazioni di Papa Francesco e all’unanime cordoglio ? E’ esattamente il vedere i camion delle forze di polizia e dell’esercito portare via a centinaia e centinaia prima, quindi a migliaia e migliaia, le bare anonime dei poveri defunti, lontano dall’ultima parola, dal contatto finale, dalla preghiera diretta e accorata, per una cremazione a distanza e il ritorno – semmai ! – delle ceneri raccolte in un astuccio: insomma, la privazione dell’ “umano nell’uomo”, della “pietosa insania”, che celebrava nel carme Dei Sepolcri il nostro Ugo Foscolo ( 1806 ). Questo aspetto si colloca al limite della ‘resilienza’. E va ben oltre le note filologiche ed erudite di chi vorrebbe integrare Vico, ricordando che il citato Cicerone, nel De Legibus , II, 25, non dice che “gli ateniesi furono i primi a seppellire i loro morti”, ma che ad Atene, da Cecrope in poi, “vennero abbreviate le troppo lunghe cerimonie funebri” ( F. Nicolini,Commento alla Scienza Nuova seconda, Roma 1950, I, pp. 114 e 224 ).

A volte i puntigliosi ricercatori si fanno sfuggire tutta la profondità delle autentiche correnti ideali e spirituali che fanno da sfondo, e connettivo a un tempo, allo sviluppo de’ pensieri. Non aveva bisogno Vico, lettore e teorico di Omero, di ricordare qui il disperato sogno di Patroclo invocante Achille di dargli finalmente onorata sepoltura; o la missione audace di Re Priamo che si reca nottetempo con un carico di preziosi doni al campo acheo, per convincere Achille a rendergli il corpo dell’amato figlio Ettore degno di rituali e solenni sepolture; e poi i due “eroi” siedono, ammirati l’uno dinnanzi all’altro e l’uno per la potenza e la forza e il prestigio dell’altro, e piangono, rispettivamente ricordando la morte del figlio e l’uccisione dell’amico, in una delle scene più potenti che la poesia universale ci abbia tramandato; non aveva bisogno di menzionare tutto questo, il nostro “Patriarca” Vico ( “Altvater”, per Goethe ), per confermare l’antichità e l’universalità della sepoltura, come indizio costitutivo della “umanità”, dell’ essere “umani” e del rispettare l’ ”umano nell’uomo”.

Così dicasi per il mito di Antigone, che nella tragedia sofoclea si oppone al divieto di Re Creonte, per dare sepoltura alle spoglie del fratello Polinice, là fuori di Tebe, testimoniando una volta per tutte le leggi non scritte rispetto alle leggi scritte, l’etica verso il potere, la coscienza morale contro il dominio.

Anche l’ “umano nell’uomo” sta nei passi di Erodoto, quando nelle sue “Storie” narra il rispetto per i defunti, distinguendo il termine “cadavere” ( detto con ribrezzo, per il corpo abbandonato insepolto di Ciro ) dal termine “ morti”, per coloro cui si sono tributate onoranze funeri ( gli altri Persiani ), come nell’episodio della Regina dei Massageti Tomiri ( I, 214 ). Tutto ciò arriva al pensiero latino, e di qui al genio raccoglitore di Vico (  “consarcinatore”, come egli stesso dice per il “compositore di canti” Omero ).

Ma v’è di più, nella vasta tragedia del rito e dell’ufficio etico della “sepoltura”. Vi è il mitopoema di Caravaggio ( Michelangelo Merisi, 1571- 1610 ), che nel fantasma poetico delle Sette opere di misericordia ( 1606-1607 ) reinterpreta il Vangelo di Marco aggiungendo alle sei tradizionali ( del curare gli infermi, vestire gli ignudi, dar da bere e da mangiare, visitare i carcerati e ospitare i pellegrini ) la settima opera, quella di “seppellire i defunti”.

Visitata spesso nella Chiesa del Pio Monte di Misericordia, a due passi dalla casa in San Biagio dei Librai, l’opera dovè restare impressa nella mente del filosofo napoletano, come resta importante nella letteratura d’arte universale. Al centro della drammatica e popolata scena, la mano precipite,   protesa dall’Angelo protettivo, sotto lo sguardo attento della Madonna, sembra dire dialetticamente: “Che fate, non è previsto !”; ma insieme anche: “Sì fatelo, seppellite i defunti, anche se i vostri mezzi ora sono scarsi !” Lascia spuntare, infatti, il Merisi, solo i piedi del defunto all’estremità d’una barella, sorretta dal portantino, come a dire che la devozione religiosa e popolare è chiamata – pur nella semplicità e povertà dei mezzi – a curare il “seppellimento”, “l’ umanazione-inumazione”, e cioè l’ “umano nell’umano”!. Quanto grande ‘attualità’, e ‘universalità’ prospettica, con l’ ‘infuturarsi’ della grande arte ! Tale da acquistare  valenza confortatrice per il nostro ‘oggi’, il di lui e per lui ( genio creatore ) ‘domani’, e messaggio ‘per sempre’.

Modulo identico si ravvisa nella Resurrezione di Lazzaro ( 1609 ), opera messinese dell’ultimo Caravaggio, là dove la mano di Lazzaro, svegliato dal sepolcro, ‘dialetticamente’ divide in due il dipinto, volendo significare a Cristo: “Sì vengo, vengo verso di Te, verso la luce !”, ma insieme il bisogno opposto: “No, non vengo ! Lasciami stare, lasciami dormire !” ( Giorgio Bassani, Italia da salvare, 2005 ). Così, la grande arte possiede l’ansito della creazione, che va dall’esigenza del raccoglimento interiore alla esplosione dell’ attimo, platonicamente assiso, come nel Sofista, tra mobilità e quiete, essere e divenire.

 Sante, Leonardo, Raffaello, Caravaggio, Vico e Foscolo: maestri di “humanitas”.E i tanti amici dell’Italia bene fecero, e fanno, ad averne ammirazione infinita, come velata – a volte – di nostalgia ( artisti, poeti, scrittori, scienziati, uomini politici, medici ed economisti, viaggiatori o residenti ideali comunque ). La sapienza dei secoli è il contributo che l’Italia offre nella lotta contro il male, l’ “imperatore del male”, la malattia estrema.

 Dante, “Poeta della temporalità”; l’umanesimo; il “genio della distinzione”; la forza delle categorie e degli archetipi; la “coincidentia oppositorum”; la cultura delle modalità con le “guise della prudenza”; la “Nuova Scienza”; la “Religione della Libertà”; il perfezionamento morale; il nesso dialettico tra “accadimento” e “volizione”; il metodo dei “modi categoriali” e delle “funzioni”; la “generazione italiana del tempo vissuto”; ecco alcune delle conquiste spirituali che illuminano ed hanno illuminato la forza dell’umano, portando all’Europa e al mondo la robusta consapevolezza di sempre nuove scoperte, in migliaia di occasioni e spiegati campi del sapere.

E la forza dell’umano, “Vivrà per sempre, e vincerà”; anche se “richiede uno sforzo penoso passare alla diversa visione della civiltà come un fiore che nasce sulle dure rocce e che un nembo avverso strappa e da morire, e del pregio suo che non è nell’eternità che non possiede, ma nella forza eterna e immortale dello spirito che può produrla sempre nuova e più intensa” ( Benedetto Croce, La fine della civiltà, lezione a Teatro Regio di Torino del 1946 ).

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia

5 Aprile 2020/da user-pannunzio
Tags: Attualità, Società
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