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Da decenni, in Italia, c’è il sovraffollamento delle carceri. E così tra muri del pianto e posizioni moralistiche ideologiche, si invocano sempre soluzioni di emergenza: amnistia, indulto, depenalizzazione dei reati e decreti svuotacarceri, come quello approvato nei giorni scorsi per l’emergenza coronavirus, riservato ai detenuti cui resta da scontare una pena di 18 mesi, che interessa potenzialmente circa 12000 detenuti.

Ma, se soluzione di emergenza deve essere, invece di rimettere in libertà i detenuti già condannati definitivamente, perché non si rimettono in libertà i detenuti in attesa di giudizio, che sono oltre 20.000 (sui circa 60.000 della popolazione carceraria totale), o meglio ancora i detenuti che non hanno avuto neanche il processo di primo grado, che sono circa la metà di quei 20.000? E che potrebbero stare comunque, in gran parte, ai domiciliari.

Questa sarebbe una operazione utile e doppiamente giusta, poiché l’Italia è uno dei paesi democratici a più alto uso della carcerazione preventiva, (un uso abnorme e che ricorda il modus operandi della “Inquisizione”) e per questo l’Italia è stata ripetutamente condannata da vari organismi internazionali per i diritti dell’uomo. Persone tenute in carcere per tanti mesi, qualcuno anche oltre un anno, per i quali in molti casi scatta “il non luogo a procedere” o l’assoluzione nel primo processo. Basti pensare che  in un anno sono stati 2.400 i processi celebrati per ingiusta detenzione, per i quali lo Stato ha pagato indennizzi per 47 milioni di euro (dati riferiti all’anno 2013, e non credo che siano migliorati).

Salvatore Vullo

1 Aprile 2020