1,991 utenti hanno letto questo articolo

Il cibo mangiato e la sua disponibilità misurano il potere all’interno di una enclave umana e mostrano chi lo detiene, sapendo che il ceto dominante ne regola l’accesso.

Nelle Società di Primati Antropomorfi come i Bonobo, gli Scimpanzé, i Gorilla, è il maschio alfa dominante a decidere chi mangerà per primo e in che quantità, così come chi potrà accoppiarsi con le femmine del branco; la disponibilità alimentare rende sereni i rapporti nei clan, la penuria scatena istinti aggressivi. Con l’arricchimento dell’alimentazione si passò dal cibo consumato come trovato al cibo modificato col fuoco e questo diede vita, con la specializzazione delle Società, alla creazione di gerarchie e Classi Sociali: la disponibilità di cibo dei ceti dominanti contrastava con la fame di quelli subalterni: esibire abbondanza voleva dire esprimere supremazia e rafforzava lo status quo. La strutturazione dei clan umani portò ad una specializzazione dei ruoli tra i sessi; inizialmente i maschi cacciavano e le femmine raccoglievano, poi queste si impegnarono nella trasformazione degli alimenti. Nei millenni questo le subordinò socialmente, relegandole alla preparazione e alla conservazione dei cibi, oltre che alle cure dei piccoli e della casa, creando pesanti ripercussioni sul futuro dell’evoluzione del ruolo femminile.

Oltre alla socialità, l’uomo primitivo soddisfò un’altra sua esigenza: il senso religioso, nato dalla naturale necessità di spiegare l’imponderabile; così egli “costruirà” la Religione, la doterà di un’Entità creatrice, di riti e delegherà ad una casta speciale, quella dei ministri di culto, il compito di dialogare con questa. Poiché l’unica cosa indispensabile che avessero i Primitivi era il cibo, questo divenne sacro protagonista del rapporto con Dio e della ritualità, nella quale era sempre presente come offerta o simbolo; così nacquero i divieti e le prescrizioni alimentari, che stabilivano cosa mangiare, quando e come per ingraziarsi la Divinità. In tutte le Religioni del Pianeta riti e celebrazioni vedono implicato il cibo, in maniera originale per ogni Cultura. Partendo dalla prima grande Religione Monoteista, l’Ebraismo, nel Vecchio Testamento (nel Levitico) si trovano le indicazioni alimentari da osservare per essere un bravo credente. L’alimentazione diventa un rito dal profondo valore sacro, utile per raggiungere la perfezione.

Nel Cristianesimo non esiste una distinzione tra cibi permessi e proibiti, ma Il rapporto uomo-cibo comunque porta a Dio; ne è esempio l’uso del vino e dell’ostia nell’Eucaristia, che rappresenta la comunione tra gli Uomini e la passione di Cristo. In questa Religione l’unica prescrizione è a favore del digiuno di Quaresima, periodo di astinenza e privazione che precede la Pasqua.

L’Islam, la terza religione monoteista per comparsa, si pone a metà tra le norme severe dell’Ebraismo e la libertà alimentare del Cristianesimo; essa prevede due divieti fondamentali: il consumo di alcol e di carne di maiale. Anche questa Fede ha un digiuno rituale: il Ramadan, che mette alla prova le virtù del buon musulmano: pazienza, modestia e condivisione delle ristrettezze alimentari dei poveri. Molte Religioni Orientali, come il Buddismo o il Brahmanesimo, proibiscono il consumo di carne, perché nei loro precetti c’è la preservazione degli esseri viventi e la ricerca dell’ascesi attraverso il digiuno. Qualunque sia la religione osservata, tutte ne rimarcano la sacralità considerando l’eccessivo consumo o lo spreco di cibo comportamenti riprovevoli,.

Analizzando la Storia della Religione Cristiana, un esempio chiarificatore della connotazione proibizionistica lo si trova nel Medioevo. La severa e ottusa Chiesa di quel contesto storico, totalmente obnubilata dalla paura dell’imminente fine del mondo prima, e dell’esaltazione della vita austera poi,  condannava il peccato di gola, esaltando il digiuno che avvicinava a Dio e assimilando l’abuso di cibo alla lussuria. Quell’epoca vide l’affermazione di figure di Sante anoressiche, che digiunavano o si inducevano il vomito, utilizzando questa pratica come mezzo per raggiungere l’estasi, nella comunione spirituale con Dio.  Nelle Religioni il cibo è anche collante sociale, perché il consumo dei pasti rituali ha lo scopo di stabilire chi è fedele e chi no. L’Eucarestia nel Cristianesimo ne è l’esempio più chiarificatore ma i pasti consumati in molte Festività svolgono un ruolo simile: Thanksgiving, Natale, Hanukkah, Haid el Kebir mostrano chi è praticante. Non condividere lo stesso cibo segna il confine tra fedeli di religioni diverse e le preferenze alimentari rappresentano le diverse culture; infatti le cucine nazionali evolvono con difficoltà e i negozi e i ristoranti etnici, aiutano gli appartenenti ad una religione, a rivendicare con forza il proprio senso di appartenenza.