1,684 utenti hanno letto questo articolo

Ho evitato sinora di scrivere del modo in cui si sta gestendo l’emergenza per non contribuire alla cacofonia in un momento difficile per tutti. Ma c’è un pensiero che da settimane mi gira in testa. Provo a metterlo per iscritto.
Le strade per combattere il virus, in attesa di un vaccino sicuro o di una cura efficace, sono due.
La prima è il potenziamento organizzativo nella capacità di curare quella percentuale di persone che necessità di essere ricoverata e ha addirittura bisogno della terapia intensiva. Si tratta in altri termini di assumere medici e infermieri, attrezzare reparti, acquistare attrezzature e dispositivi, aumentare il numero delle terapie intensive, in maniera flessibile e, per quanto possibile, scalabile.
La seconda è impedire che le persone si ammalino, contagiandosi a vicenda. Di qui le misure di chiusura e distanziamento sociale.
Ma quest’ultima strada deve durare pochissimo sia perché ha costi economici spaventosi (nella militarizzazione del territorio, nella mancata produzione e nel mancato consumo) sia perché comporta un intollerabile azzeramento delle libertà civili.
Deve anzi durare giusto il tempo necessario per potenziare la capacità di risposta e far sì che quella piccola percentuale di persone che deve ricorrere alla cure ospedaliere possa essere curata al meglio.
Il altre parole la seconda opzione (la chiusura) deve servire a avere il tempo per organizzare la prima opzione.
Ora la domanda è: è stato fatto il potenziamento delle strutture? Sono in grado ora di reggere una seconda ondata?
O ci si è concentrati in maniera eccessiva sulla militarizzazione del territorio e sulle misure di chiusura e distanziamento sociale?
Se si è scelta la prima strada, allora la possibilità di trovare un punto di equilibrio tra il diritto alla salute e le libertà civili è a portata di mano.
Ma se si è scelta la seconda strada, non solo sarà impossibile conciliare salute e libertà, ma sarà impossibile impedire il collasso dello stato di diritto, visto che quella strada conduce direttamente tra le braccia del dispotismo burocratico-amministrativo.