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La facoltà di scegliere se compiere o non compiere una certa azione, oppure scegliere la condotta da utilizzare per raggiungere un certo fine, rappresenta per noi la possibilità di essere liberi. Quello che noi oggi diamo per scontato non lo era assolutamente per i filosofi antichi. Ad esempio, se consideriamo i pre-socratici, il tema
dell’azione umana libera e volontaria non è pressoché affrontato,
In Platone troviamo solo dei cenni ed a proposito dei miti.
Ad esempio in alcuni dialoghi, il Gorgia, il Fedro, il Fedone e il Menone, si fa cenno alla libertà nel senso di scegliere una determinata condotta, buona o cattiva e nell’essere consapevoli che a tale condotta sarà conseguente un premio od una punizione e, in definitiva, una responsabilità morale.
Nel ‘mito di Er’ nella Repubblica, addirittura già prima di nascere le anime sarebbero chiamate a scegliere che tipo di vita condurre dopo la nascita e ad ognuna sarebbe stato assegnato un dèmone responsabile di verificare che le cose sarebbero andate proprio secondo la scelta originaria.
Più affine al nostro modo di vedere mi sembra la
la riflessione di Aristotele, che parte dalla opposizione tra volontarietà e involontarietà. Volontaria è, secondo lo Stagirita, l’azione il cui principio è interno
all’agente, il quale compie una azione senza costrizioni esterne, e consapevole delle circostanze in cui l’azione si svolge. Involontaria è, invece, quella compiuta a causa di una costrizione esterna, oppure ignorando alcune circostanze.
Allora, volontarietà e scelta non si equivalgono: tutto ciò che è connesso alla scelta è anche volontario, ma non tutto ciò che è volontario è anche scelto’. Esistono infatti delle azioni volontarie, ossia che provengono
dal soggetto e che, pure senza interferenze esterne, non si è propriamente scelto di fare. Sono queste le azioni che derivano dall’istinto e che riguardano, nell’umano, soprattutto i bambini.
Aristotele, poi, parla degli ‘abiti morali’, che si formano esercitandosi in tal senso: si diventa coraggiosi agendo in modo coraggioso, e questa diventa un’abitudine, si diventa moderati non eccedendo nei piaceri. Lo stesso accade se l’abito cucito addosso è quello vizioso ed allora si eccederà in ogni possibile eccesso di tipo negativo. Quindi la libertà esisterebbe fino a quando non ci si sia cucito addosso l’abito che determinerà il comportamento successivo. Prima di ciò, prima, cioè, che il carattere morale non si sia formato, quindi nei bambini e nei giovani, che non ancora hanno acquisito una certa stabilità, esisterebbe la vera libertà, indipendente dalla abitudine.

Dunque, per Aristotele, come per la maggior parte degli
antichi, la ‘libertà’ era concepita anzitutto come capacità di autodeterminazione e solo secondariamente come capacità di agire altrimenti. L’esempio emblematico lo possiamo cogliere anche nel lessico: ciò che è
volontario è hekousion, ciò che è in nostro potere in quanto indipendente da cause esterne, e quindi compiutamente autonomo, è autexousion ( in latino
con id quod est in nobis).

Quanto sostenuto da Aristotele mi sembra molto affine al nostro concetto di libertà di essere persone per bene o persone malvagie: fino a quando non ci si è stabilizzati su un determinato comportamento, che per noi diventa ‘abituale’, si può indifferentemente agire bene oppure male. Dopo che si è acquisito un modus vivendi stabile, è quello che diventerà nostro per tutta la vita.

Riferimento bibliografico

P.L. DONINI, Ethos. Aristotele e il determinismo, Torino 1989.