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Lo schiaffo ai Palestinesi di Donald e BiBi di Vincenzo Rampolla da www.nelfuturo.com

I dibattiti

Peace to Prosperity, dicitura ufficiale adottata da Donald sul cosiddetto Accordo del secolo, la proposta di pace Usa per il Medio Oriente. Presentato il 28 gennaio alla Casa Bianca alla presenza di BiBi (nickname di Netanyahu )e degli ambasciatori di tre soli paesi arabi, Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti, illustri assenti i rappresentanti palestinesi, egiziani, giordani. Nonostante i ringraziamenti di Donald per l’eccezionale lavoro svolto, nessuno dei tre ha formalmente riconosciuto il proprio sostegno al piano.

Non si è fatta attendere la replica palestinese: È la truffa del secolo. Con il passare delle ore, arrivano le reazioni da tutto il mondo. Una proposta irricevibile. Una truffa ai danni di un intero popolo, la città santa non è in vendita ha sentenziato il presidente palestinese Mahmoud Abbas. Dai paesi arabi arrivano i primi commenti: Egitto ed Emirati Arabi Uniti invitano a valutare la proposta, mentre la Giordania mette in guardia da un’annessione unilaterale della Valle del Giordano. Le condanne più dure arrivano da Turchia e Iran mentre il segretario Onu Antonio Guterres prende le distanze e ricorda che Ogni soluzione al conflitto deve passare per le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. A nome dell’UE, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Joseph Borrel, prende tempo e si riserva di studiare accuratamente il piano mentre da Londra, il segretario di stato del Commonwealth Dominic Raab parla di una proposta seria, frutto di sforzi e ragionamenti ponderati. Gerusalemme è sacra per i musulmani e non sarà mai ceduta, ha tuonato il presidente turco Erdogan spalleggiato dalla Giordania, che ha denunciato: Annessione unilaterale dei territori palestinesi da parte di Israele. Un piano vergognoso lo ha definito il partito sciita libanese Hezbollah, che incalza: Non avrebbe mai potuto essere concepito senza la complicità e il tradimento di alcune capitali arabe.

C’è chi si oppone anche sul fronte israeliano. Yesha Council, il consiglio delle colonie ebraiche, si è espresso contro il piano Trump, sostenendo che non accetterà mai l’esistenza di uno Stato palestinese, anche se demilitarizzato: Non possiamo acconsentire a un piano che includa la formazione di uno Stato palestinese che costituirà una minaccia per lo Stato d’Israele e una minaccia più grande per il futuro, ha affermato David Alhayani, leader dello Yesha Council, esortando BiBi a respingere il piano. Reazione di alto peso politico, essendo una chiara minaccia per spaccare la coalizione della destra israeliana a meno di un mese dal voto del 2 marzo. Lascia perplessi l’indecisione europea che non prende una posizione chiara sul merito dei fatti. Bruxelles ha chiarito, per voce del suo alto rappresentante Josep Borrell, che lavorerà con israeliani e palestinesi per un negoziato che porti a un accordo di pace entro i parametri della legalità internazionale e presumibilmente accetterà l’idea dei due stati, senza spiegare se valuterà e accetterà il piano Trump come base di partenza delle trattative o rigetterà tutto per presentare una propria iniziativa. A questo si aggiungono le posizioni differenti dei singoli statidove al tradizionale appoggio della Gran Bretagna alla proposta di Donald fanno da contraltare il silenzio di Francia e Italia e l’equilibrismo diplomatico di Berlino, senza aprirsi a un’iniziativa alternativa o autonoma.

Questi i punti principali del piano di Donald, da lui definito l’ultima possibilità per i palestinesi di raggiungere la soluzione dei due stati.

Nelle181 pagine del documento finale oltre agli elementi che definiscono gli aspetti politici, si inseriscono le disposizioni del perimetro economico, con investimenti nei territori occupati, senza definire come e dove verranno investiti i fondi e senza affrontare i reali problemi della situazione umanitaria, del collasso nella Striscia di Gaza e della scarsa libertà di circolazione dei palestinesi in Cisgiordania. L’intero accordo finale dovrà essere negoziato nell’arco di un quadriennio e gli israeliani si sono impegnati formalmente, pur senza alcun tipo di vincolo concreto, a congelare ogni nuova costruzione di insediamenti nei territori occupati. In sintesi:

  1. Gerusalemme sarà capitale indivisa dello stato ebraico, i palestinesi potranno avere alcuni quartieri periferici di Gerusalemme est in cui stabilire la capitale del loro nuovo stato (La Nuova Palestina) e gli americani si impegnano ad aprirvi un’ambasciata.
  2. La città vecchia sarà sotto la piena sovranità di Israele. L’Autorità nazionale palestinese (Anp) avrà il diritto di gestire la sicurezza sulla Spianata delle moschee, dove si trova il terzo luogo sacro dell’Islam, congiuntamente con la Giordania.
  3. I palestinesi avranno un loro stato, la cui continuità territoriale non è garantita, che deve essere demilitarizzato e sui cui confini non eserciteranno il controllo.
  4. Riconoscimento degli insediamenti israeliani esistenti nella Cisgiordania occupata, in cambio di un congelamento di 4 anni di insediamenti nuovi.
  5. Revisione dei confini Israele e Cisgiordania, con Israele che annette anche la valle del fiume Giordano, un’area fertile che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania, in cambio di piccole aree desertiche nel Negev al confine con il Sinai.
  6. Stanziamento di $50 miliardi di investimenti destinati ai Territori palestinesi per rilanciare la loro economia.

Intanto BiBi ha annunciato che il governo procederà con l’annessione degli insediamenti con una parte del piano che vede d’accordo tutti i partiti della destra israeliana. L’applicazione della sovranità avverrà in due fasi: dopo il voto alla prossima riunione di gabinetto, la legge israeliana verrà applicata alla Valle del Giordano, al Mar Morto settentrionale e a tutti gli insediamenti della Cisgiordania. Successivamente si procederà in tutti i territori circostanti. Gli insediamenti illegali secondo il diritto internazionale rappresentano circa il 30% dell’intero territorio della Cisgiordania.

Nel presentare il piano di pace, Donald ha ostentato fiducia nel fatto che i paesi arabi avranno un ruolo chiave per il suo successo. Ma nessuno degli alleati degli Usa nella regione ha finora formalmente approvato l’accordo che, tra le altre cose, accetta di riconoscere Gerusalemme, la terza città santa per i musulmani dopo Mecca e Medina, come capitale dello stato ebraico. E se alcune capitali arabe tacciono e altre nicchiano, Ramallah non è mai stata così sola. Il timore della leadership palestinese è che al di là del dono elettorale elargito da Donald al suo alleato BiBi, un piano così dettagliato possa diventare il nuovo punto di riferimento, superamento unilaterale di Oslo, da decenni unica road map per la pace.

Il documento finale definisce alcune prescrizioni definitive, riprendendo molte delle indiscrezioni emerse nei tre anni di attese e preparazioni, confermandosi, come un piano fortemente improntato a favorire le istanze pro-israeliane. Questo grazie anche all’attenta regia dell’ebreo Jared Kushner, genero del presidente, senior advisor e architetto del piano nel Processo di Pace mediorientale (MEPP). Nelle intenzioni di Donald il piano è una proposta di accordo ideato dai mediatori statunitensi, molti dicono dietro ampio contributo israeliano, per privilegiare le loro aspettative, che a loro volta hanno blindato pubblicamente il piano definendolo l’unico reale passo verso la pace. Non a caso avviene il riconoscimento degli insediamenti come parte integrante della territorialità israeliana, lasciando alla futura entità palestinese le briciole geograficamente non continue di una nuova enclave a macchia di leopardo in territorio israeliano. In poche parole, la visione di Donald enfatizza e celebra le necessità di sicurezza israeliana e sacrifica i diritti palestinesi all’autodeterminazione. Sì.

L’impostazione del piano indurrebbe Israele a percorrere un terreno insidioso. Infatti, il riconoscimento degli insediamenti e il controllo de facto della Cisgiordania costringerebbe Israele ad affrontare il tema della cittadinanza dei palestinesi e a porre fine allo status di Israele come stato ebraico. Prospettiva questa tutta nuova per uno stato binazionale, non esente da rischi demografici e di convivenza, nonché, nel caso di non riconoscimento di alcuna cittadinanza ai palestinesi, destinato a sancire una forma di apartheid di stato, nella quale Israele si impegnerebbe in senso non democratico a non riconoscere alcuni diritti fondamentali alla parte non etnicamente ebraica della sua popolazione. Quale il rischio? Accettare una proposta altamente discriminatoria mettendo in pericolo la forza della democrazia come strumento di pacificazione sociale.

In questo senso il piano Trump è un qualcosa di totalmente antitetico all’idea stessa degli Accordi di Oslo. Il piano demolisce non solo la storica posizione americana della soluzione a due stati, ma rifiuta il diritto internazionale che vedeva nella Cisgiordania uno dei territori occupati militarmente da Israele dopo la guerra dei Sei giorni. Non a caso l’ANP ha già minacciato di uscire dagli Accordi di Oslo e ha richiesto un forte impegno da parte della comunità internazionale (e in particolare dell’UE) nel riconoscere i futuri confini di uno stato palestinese entro i limiti posti dalla risoluzione Onu del 1967, con capitale Gerusalemme est.

Una scelta del genere potrebbe avere ripercussioni su tutti i fronti, a cominciare dagli equilibri regionali con Giordania e Egitto, storici partner arabi di Washington fortemente contrari alla proposta unilaterale di Donald. Essendo il regno hashemita il custode dei luoghi sacri dell’Islam a Gerusalemme, rischia di perderne il controllo. La tutela della Giordania nei luoghi santi è prevista dal trattato di pace Giordania-Israele del 1994 e implica la supervisione amministrativa e di sicurezza della Giordania in questi luoghi. Discorso analogo vale per l’Egitto. Non è chiaro quali vantaggi guadagnerebbe dal sostenere un piano sbilanciato e privo di una chiara progettualità. Il Libano infine è un paese chiave sul tema della stabilità e l’integrazione regionale. Il fiume Giordano nasce in Israele dal monte Hermon al confine tra Israele, Libano e Siria ed è la fonte primaria d’acqua per la nazione. Israele non ha mai firmato un accordo di pacecon il Libano e da sempre mantiene rapporti politici e di sicurezza molto tesi lungo la frontiera settentrionale.

In conclusione con il piano di pace della coppia Donald-BiBi si corre il rischio non di essere davanti ad una visione di pace, ma all’inizio di una nuova fase di conflitto e non solo politico, con un piano lungi dall’essere una base negoziale ma una scatola chiusa da accettare con la sorpresa che può contenere.

Il piano del secolo ha tutta l’aria di essere un’operazione elettorale a svantaggio dei Palestinesi. L’annuncio cade in una delicatissima fase politica per Israele e Usa. Gli israeliani per la terza volta in un anno vanno al voto il 2 marzo dopo che BiBi è stato incriminato per corruzione. Negli Usa Trump è sotto processo d’impeachment al Senato e pendono su di lui le nuove pesanti rivelazioni di John Bolton. È vero che alle urne di Novembre l’approvazione del suo piano gli porterebbe i voti dei cristiani evangelici ma quel piano ha l’aria d’essere un patto elettorale tra due complici più che una solida e organica strategia di pace. Oggi, a sorpresa, BiBi ha ritirato la richiesta di immunità al parlamento accettando di farsi processare. Non permetterò ai miei nemici di usare le accuse contro di me per far naufragare un’opportunità storica, ha detto in partenza per Mosca per parlare del piano con Vladimir.

(consultazione di: newyorktimes, ispi, start, almonitor, haarez, palestinianpost, washingtonpost, internationalheraldtribune, thetimesofisrael, le monde, sole24ore, larepubblica)

3 Febbraio 2020/da user-pannunzio
Tags: Giornalismo, Politica
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