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Una nota sull’incontro a Basovizza e a Trieste dei Presidenti della Repubblica italiana e di quella slovena e qualche fatto, che rimane tale anche se a qualcuno potrà non piacere. Sono contento che, finalmente, un capo di Stato di una repubblica dell’ ex-Jugoslavia abbia reso omaggio agli italiani infoibati, italiani la cui unica colpa era solamente quella di essere tali. E’, però, solo il primo passo, vista l’atmosfera di negazionismo o di giustificazionismo che ancora ammorba l’aria oltreconfine. E una resa al giustificazionismo – che riesce ad essere ancora peggiore del negazionismo puro e semplice – mi è sembrato l’omaggio ad un cippo, non molto distante dalla foiba divenuta la tomba di migliaia di nostri connazionali, che ricorda la fucilazione di quattro terroristi (vanno definiti, infine, per ciò che sono stati) jugoslavi appartenenti ad un’organizzazione che si prefiggeva, già negli Anni Trenta, l’annessione di Gorizia e Trieste alla Jugoslavia e che si resero colpevoli di attentati e omicidi di innocenti. Io sono contrario alla pena di morte da quando ho l’età della ragione, ciò non toglie che assassini di quella tempra non meritino alcuna riabilitazione postuma.  Non mi è neppure tanto piaciuta la cosiddetta “restituzione” dell’ ex Hotel Balkan alle organizzazioni slovene o, meglio, non mi è piaciuta la storiella che, in assoluta malafede, ci sono venuti a raccontare per giustificare tale “restituzione”. Desidero qui ricostruire i fatti storici che, esattamente cent’anni fa, portarono alla distruzione dell’Hotel Balkan di Trieste. Nel luglio del 1920 (al governo c’era Giolitti, non Mussolini, vanno ricordate anche le cose più ovvie stante la crassa ignoranza in fatto di cose storiche dominante) scoppiarono incidenti di tipo nazionalista con scontri tra italiani e slavi in varie parti della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. Gli incidenti più gravi si ebbero a Spalato, dove vennero assassinati due marinai italiani, il comandante della nave Puglia, Tommaso Gulli, ed il motorista Aldo Rossi. Il 13 luglio, giorno successivo all’assassinio, vi fu una grande manifestazione di protesta a Trieste. La folla degli italiani era inferocita per lo sdegno e sul fuoco soffiavano gli esponenti del fascismo triestino, allora un movimento di minoranza a Trieste, molto combattivo e caratterizzato da un forte estremismo e da una pesante carica sovversiva (per la questione di Fiume, un anno e mezzo dopo, si mise in contrasto con lo stesso Mussolini, considerato troppo morbido ed arrendevole e, dopo il cosiddetto “Natale di sangue”, riuscì a paralizzare violentemente la città, ho accennato a queste cose in una conferenza tenuta l’anno scorso presso il Centro Pannunzio di Torino).  Negli scontri collegati alla protesta venne ucciso il diciassettenne Giovanni Nini, cuoco presso l’Hotel Bonavia. L’assassinio fece salire ancora di più la temperatura e, da Piazza Unità d’Italia, la folla si spinse verso l’Hotel Balkan, che ospitava, tra il resto, anche un’associazione irredentista jugoslava denominata Narodni Dom nella cui sede, è provato al di là di ogni ragionevole dubbio, venivano detenute armi da fuoco ed esplosivo, tanto è vero che dall’edificio si sparò contro i non certo pacifici manifestanti. Le forze dell’ordine italiane si misero a difesa dell’edificio e, verosimilmente da colpi provenienti dall’interno dell’albergo, rimase ucciso il tenente Luigi Casciana. Feriti anche numerosi soldati, carabinieri, guardie regie, finanzieri e tutori dell’ordine. L’Italia ufficiale di allora, quindi, nessuna responsabilità ha nell’incendio del Balkan, conseguenza di scontri tra gruppi estremisti degli opposti nazionalismi. Se quindi ci si vuole venire a raccontare, come qualcuno sta facendo, che le foibe non sono altro che la conseguenza dell’incendio del Balkan e dell’esecuzione dei quattro terroristi, e che i fatti si possano mettere sullo stesso piano,  beh, allora è il caso di soffocare subito queste voci in malafede. Il Presidente Mattarella è stato molto chiaro nella condanna del negazionismo e va ringraziato, ma evidentemente alcuni suoi gesti vengono travisati o strumentalizzati in senso anti italiano. Una piccola aggiunta: risulta che il defunto Josip Broz detto Tito, il principale responsabile delle foibe e dell’olocausto giuliano-dalmata sia ancora titolare di un’altissima onorificenza della Repubblica Italiana. Organizzazioni degli esuli e patriottiche premono affinché gli venga tolta. Io non sono d’accordo: questa vendetta post mortem verso uno oramai impossibilitato a difendersi mi sembrerebbe una vigliaccata. Mai così grande, però, come la vigliaccata commessa da chi l’onorificenza l’ha concessa…

ACHILLE RAGAZZONI