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A novantanni dalla morte vale la pena di rivedere i fatti

I lapidari giudizi di storici come Mack Smith non gli rendono giustizia

  In tempo di celebrazioni craxiane, mi capita sotto gli occhi una memorabile pagina del quotidiano “La Stampa”, datata esattamente di 27 anni fa: 2 febbraio 1993. Occupavano le colonne di quel foglio gli articoli di tre firme prestigiose del giornalismo parlamentare, oggi ancora molto attive: Massimo Gramellini, Pierluigi Battista e Augusto Minzolini.     Era il giorno della resa dell’allora segretario del PSI, un partito ormai allo sbando a causa dello scandalo di “mani pulite”, partito di cui in quel frangente nessuno avrebbe voluto prendere le redini.

         Presiedeva il Governo Giuliano Amato, sul quale – sentendosi da lui ingratamente tradito – Bettino Craxi si lasciò andare in un commento al vetriolo: “È come Luigi Facta, il Presidente del Consiglio che non fu capace di opporsi al fascismo”. Ed ecco che Battista ne approfittò per approfondire il paragone… Riemerge, come succede ogni tanto anche oggi, una vecchia questione, che in molti hanno preferito liquidare in poche battute, per poi concentrarsi sullo svolgimento della marcia su Roma e sulla corposa aneddotica dedicata all’avvento del fascismo.

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         Luigi Facta fu davvero quel “timido e ignorante avvocato di provincia, di scarsa esperienza, la cui nomina fu presa quasi  come uno scherzo”, descritto dal saggista gossiparo inglese Denis Mack Smith?

         Non posso certo avallare le lapidarie affermazioni di questo personaggio per molti motivi. Non tanto per denunciare una mancanza di rigore storico rilevata da accademici ben più autorevoli, ma perché emerge nelle sue pubblicazioni “un certo moralismo manicheo”  che fu forse il suo  limite più vistoso, come ha avuto modo di scrivere il nostro comune amico professor Pier Franco Quaglieni in occasione della sua scomparsa. Quella stessa retorica che trovo degnamente ereditata da Marco Travaglio, che qualche tempo fa (per la precisione il 12 ottobre 2017, in un suo editoriale sul “Fatto Quotidiano”) si trovò ad ironizzare sul “Nutro fiducia” spesso intercalato da Facta nelle sue conversazioni.

         Quest’anno ricorrono 90 anni dalla scomparsa del politico pinerolese e l’anno prossimo i 160 anni dalla nascita. Per questo ho pensato di recuperare gli appunti di un lavoro che curai tempo fa per la Società Storica Pinerolese. 

         Sulla figura di Facta a differenza della maggior parte dei ministri dei Governi da lui presieduti -da Giovanni Amendola a Marcello Soleri, da Camillo Peano a Carlo Schanzer- mai è stata scritta una biografia. Essendo anch’io orgogliosamente originario di Pinerolo, sento il dovere di spezzare qualche lancia in favore del mio illustre conterraneo.

         Pinerolo non ha espresso particolari personaggi di rilievo nella storia contemporanea, ma ha la curiosa caratteristica di avere dato i natali all’ultimo presidente del Consiglio prima del Fascismo (Facta, appunto) e il primo dopo: Ferruccio Parri.  Entrambi lo furono per breve tempo, ma segnarono i confini di un periodo tragico del nostro Paese. Strano destino…

         Pierluigi Battista nel citato articolo su “La Stampa” si preoccupò allora di raccogliere l’opinione di uno storico rigoroso come Lucio Villari: “Reagì con molta energia alla marcia su Roma. Si recò dal Re per fargli firmare il decreto sullo stato d’assedio. Se il Re si rifiutò di firmare è su di lui e sulle alleanze occulte che si annidavano nella corte che ricade tutta la responsabilità. Facta non abdico passivamente, ma fu bloccato da una congiura di palazzo”.

         Consigliere comunale a 23 anni, assessore l’anno dopo, deputato a 31, sottosegretario a 41, ministro a 49, capo del Governo a 61, Senatore del Regno a 63 fino alla sua morte avvenuta a 69…  Diventa difficile riconoscere il Facta nel profilo delineato da Mack Smith. Ed il fatto che un “volpone” come Giolitti lo avesse voluto come braccio destro e lo avesse piazzato nei suoi vari gabinetti in ministeri vitali come quello di Grazia e Giustizia, delle Finanze e degli Interni sarebbe cosa inspiegabile se non avesse riconosciuto in lui competenza e lealtà.

         Facta mai deluse Giolitti, semmai Giolitti deluse più volte Facta. Per esempio in occasione delle tante “ritirate strategiche” nella sua casa di Cavour (comune distante una quindicina di chilometri da Pinerolo) soprattutto nel periodo della Grande Guerra, durante le quali era Facta a tenere sotto controllo la situazione, soprattutto con un’abile gestione dei gruppi parlamentari.

         Avremo modo di scrivere compiutamente dell’intensa attività di Luigi Facta nel periodo giolittiano, ma l’evento che ne caratterizzò, nel bene e nel male, il ritratto di fronte alla Storia, fu la “Marcia su Roma”, eventi che vorrei presentare da un inedito punto di vista.

         Saltiamo, quindi al  febbraio 1922 quando, a causa del rifiuto di intervenire per il salvataggio della Banca di Sconto, cade il governo presieduto da Ivanoe Bonomi. Molti tentativi per la successione andarono falliti, compreso quello per il ritorno di Giolitti, ma contro il quale si misero i popolari di Sturzo, che però si dichiararono disponibili ad appoggiare Luigi Facta. Egli accettò, convinto di poter essere un presidente di transizione utile a preparare il ritorno del suo vecchio leader.

         Si concluse allora la più lunga crisi di governo sin dal 1848, come ebbe a ricordare Vittorio Emanuele III.

         Sebbene cosciente dei suoi limiti politici Facta promosse iniziative che sicuramente – se realizzate in altri momenti storici – avrebbero avuto un’enorme portata e  ne avrebbero scolpito il ricordo con meritata considerazione.

         Per cominciare Luigi Facta si adoperò per una distensione nei rapporti tra Stato e Chiesa, sfruttando la freschissima elezione di Pio XI, che si insediò pochi giorni prima del giuramento del suo Governo e diede un segnale all’Italia affacciandosi, per la prima volta dalla Breccia di Porta Pia, dal balcone di piazza San Pietro impartendo una benedizione rivolta a tutto il popolo italiano. Il 24 maggio questa delicata opera politico-diplomatica trovò positivo compimento con la celebrazione nella capitale del Congresso Eucaristico Internazionale. Fu un successo al quale Giolitti né voleva, né poteva arrivare e che permise a Facta di recuperare consensi in una componente sociale molto importante del Paese.

         Con la Conferenza Internazionale di Genova, svoltasi dal 10 aprile al 19 maggio Luigi Facta si propose di preparare la ricostruzione economica dell’Europa. Vi parteciparono 29 paesi, comprese Germania e Russia.

         Emerse in queste azioni una forte volontà pacifista. Egli sapeva che la tenuta del suo governo, in preparazione del ritorno di Giolitti, era legata al superamento dell’illegalismo fascista, e non lesinava circolari ai prefetti con raccomandazioni volte a sedare manifestazioni violente e a denunciarne prontamente i responsabili.

         Una lettera di Giovanni Giolitti da Vichy (dove si trovava a svernare) al direttore della “Tribuna” Olindo Malagodi (padre di Giovanni, leader liberale del dopoguerra  ed ex presidente del Senato) darà il colpo di grazia alle aspirazioni del suo fedele amico. Non solo si “tirava fuori” da ogni possibile ipotesi di coinvolgimento, ma ammoniva il governo a “buttarsi a capofitto nella lotta contro il fascismo” portando l’Italia alla guerra civile, oppure, in alternativa, usare prudenza, ma determinando così, comunque, la propria fine… Un bel modo di lavarsene le mani,  non c’è che dire!

         La situazione si fece insostenibile quando il 13 luglio a Cremona i fascisti di Farinacci devastarono la casa del deputato popolare Guido Miglioli. La Camera mise sotto accusa il governo e ne votò la sfiducia sotto la pressione, ancora una volta, del Partito Popolare.

         Si aprì una crisi ancora più complicata della precedente, con diversi incarichi andati a vuoto uno dopo l’altro, a causa di un sistema di veti incrociati. Fallirono successivamente Orlando, Bonomi, Meda, De Nava e di nuovo Orlando.

         Al Re non restava che azzerare tutto. Convocò di nuovo Facta e gli propose il reincarico. Facta non ne voleva sapere. Vittorio Emanuele III, di fronte ai reiterati dinieghi del suo primo ministro, secondo quanto raccontato dal Capo di Gabinetto del Ministero Efrem Ferraris “Finì per dirgli con le lacrime agli occhi: “Ma non vede che sono abbandonato da tutti, che tutti pensano alle loro posizioni politiche invece di pensare al Paese? Accetti, lo faccia per i miei figli”. Facta, angosciato – come emerge dall’epistolario con la moglie vagliato da Antonino Repaci- accettò.

         E cominciò il grande gioco, ad un tempo eversivo e tatticistico, di Mussolini per la conquista del potere.

         Che Facta non fosse  così arrendevole e ingenuo come qualcuno lo descriveva cominciò a sospettarlo lo stesso Mussolini, il quale gli mise letteralmente alle costole il suo gerarca più amato e temuto: Michele Bianchi. Questi lo adulava, insisteva nel proporgli un terzo  mandato con la partecipazione dei fascisti, tentava di rassicurarlo sulle prospettive della Marcia su Roma… Ma le parole  e le azioni di Facta in quei giorni mi fanno pensare come quello sciagurato “Nutro fiducia”, così faziosamente interpretato da Travaglio facesse parte in realtà di una strategia che avrebbe anche potuto rivelarsi vincente, se solo il Re lo avesse seguito.

         Sarebbe stata un’enorme imprudenza provocare lo scontro con Mussolini senza avere tentato in qualche modo di scalfirne la crescente popolarità: per questo lasciava che Bianchi lo scocciasse con le sue ipocrite avances, e intanto predisponeva le pedine per una partita che avrebbe giocato fino all’ultimo.

         Gli eventi si susseguirono con una tale velocità che conviene tentare di riordinarli.

         Appena insediato il Ministero le adunate strategiche dei fascisti si intensificarono, da Udine a Cremona, Bologna e Firenze.

         All’adunata di Udine, il 24 settembre, Facta contrappose un “banchettissimo” a Pinerolo che vide la partecipazione, nel complesso della Cavallerizza, di duemila liberali ai quali propose di lavorare per una “Contro Marcia su Roma” che sarebbe stata capeggiata dall’unico uomo che avrebbe potuto veramente accendere gli animi almeno quanto il futuro dittatore: Gabriele D’Annunzio.

         I primi contatti tra il Vate e Luigi Facta avvennero in occasione della conferenza internazionale di Genova e da allora Facta lo lusingò e corteggiò con sincera ammirazione, ma anche con astuta abilità… Fino al punto di convincerlo a guidare la marcia. Secondo gli analisti fu proprio la notizia dell’organizzazione di questo evento che  anticipò la  data della della mobilitazione fascista.

         Fatto sta che Gabriele D’Annunzio venne “distolto” dalle sue intenzioni irredentiste da un incidente assai sospetto. Racconta Giovanni Artieri nel suo saggio “Cronache del Regno d’Italia”: “Egli cadde da una finestra di pianterreno del Vittoriale, e non si sa se per capogiro o per una spinta, e si sa meno ancora se per mano di una donna gelosa o per un gesto distratto di un ospite fascista, inviato al poeta da Mussolini”.  “L’Italia mi ha buttato dalla Rupe Tarpea” ebbe a dire il poeta, gravemente ferito al cranio.

         Al teatro San Carlo di Napoli, in un comizio riservato alla borghesia partenopea, Benito Mussolini ottenne calorosi consensi presentandosi come difensore della legalità e restauratore dell’ordine. In platea ad applaudirlo c’era anche Benedetto Croce, in mezzo a Giustino Fortunato e Luigi Russo. Proprio rivolgendosi al professor Russo il filosofo diceva che Mussolini era un ottimo commediante, come ogni politico doveva essere.

         Ormai non rimanevano alternativa ad una prova di forza.

         Non è corretto, a mio avviso, parlare di incertezza di Facta nel contrastare i fascisti quando si rese conto che era impossibile trattare con loro restando nell’ambito della legalità.

         Le interruzioni ordinate dal Governo delle linee ferroviarie attuate il 27 ottobre a Civitavecchia, Orte, Sezze, Viterbo e Avezzano trattennero la massa fascista lontano dalla capitale. La marcia su Roma non avrebbe ottenuto il suo scopo, dato che la forza effettiva del presidio dell’Urbe era di ben 28.400 uomini ben armati e dotati di autoblinde, cannoni e mitragliatrici, ed avrebbero facilmente avuto ragione di 25mila uomini disarmati o armati solo di bastoni.

         L’annuncio della marcia fu dato a Facta, che stava dormendo nel suo albergo, da stretti collaboratori, informati anch’essi casualmente. Il Re, che era a San Rossore, fu richiamato immediatamente a Roma. Governo e Sovrano parevano decisissimi a decretare lo stato d’assedio.

         Il 28 ottobre alle 7.10 del mattino Facta e Taddei diramarono ai prefetti la seguente circolare: “Il Governo, su unanime decisione del Consiglio dei Ministri ordina Signorie loro di provvedere a mantenere ordine pubblico e ad impedire occupazione uffici pubblici, consumare azioni violente e concentramenti e dislocamenti armati usando tutti i mezzi a qualunque costo, e con arresto immediato e senza eccezione capi e promotori del moto insurrezionale contro i poteri dello Stato”.

         Il Governo emanò pure un decreto di assedio che cominciò ad essere affisso in Roma di primo mattino. Ma quando Facta si presentò al Re, come precedentemente concordato in un’incontro alla stazione ferroviaria di ritorno dalla tenuta di caccia, Vittorio Emanuele III non ne volle più sapere. Nonostante la macchina dello stato d’assedio fosse palesemente in moto, il sovrano fu irremovibile.

         Sembra che nella sua estrema decisione avessero influito diversi fattori: il timore di una situazione caotica e sanguinosa che avrebbe permesso al cugino fascista pretendente al trono Emanuele Filiberto Duca D’Aosta, di destituirlo; le valutazioni prudenti dei grandi generali, filofascisti, poi entrati nel primo governo Mussolini e – non ultimo – il parere della Regina Madre Margherita, che simpatizzava per il fascismo.

         Al termine dell’ultimo drammatico colloquio con Facta il Re gli avrebbe detto, in piemontese, stando ad una dichiarazione della figlia riportata dal Repaci: “Qui occorre che uno di noi due si sacrifichi”. E Facta avrebbe risposto: “Non occorre che Vostra Maestà dica quale sarà dei due”.                                                                                                                                                                                                                                                                        

         Facta mai volle parlare di cosa, e come, accadde precisamente in quei momenti ed il Re in un certo senso se ne dimostrò grato nominandolo Senatore nel 1924.

         Di tutto il resto si è scritto molto, ma di Facta ancora poco.

         Ritenevo giusto presentare quella storia sotto un altro punto di vista.

Edoardo Massimo Fiammotto