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Mi sono alzata presto stamattina, dopo due mesi di indulgenza, ho puntato la sveglia alle 7.30, come d’abitudine. Fortunatamente non ho sofferto d’insonnia in quarantena, solo qualche sporadico episodio, al contrario di molti altri, da quel che ho potuto leggere. Ho cercato di darmi dei ritmi, crearmi protocolli giornalieri che mi mantenessero attiva e aderente alla realtà, seppure ovattata e innaturale in questa strana condizione. Sono uscita  a piedi per delle commissioni, come faccio di solito; scendere in strada mi ha fatto un certo effetto, in quasi due mesi è accaduto pochissime volte, ma oggi mi sento sdoganata, ho il decreto dalla mia parte, posso uscire senza infrangere divieti. E cosa mi ha colpito? Vedere poche persone, poche macchine, solo qualcuna in più di queste ultime settimane; nel centro storico ho intravisto persone dietro le persiane, qualcuno a prendere il sole sui balconi, in questa bellissima giornata di inizio maggio. Tutti temevano ma abbiamo resistito alla tentazione del “liberi tutti” e sono usciti solo quelli che dovevano. Ci siamo “istituzionalizzati” infine, siamo diventati quello che ci è stato detto che dovevamo essere; questi 56 giorni hanno lasciato il segno. Ieri ero insolitamente nervosa, agitata, mi sentivo alla vigilia di un fatto nuovo, importante, in cui sarei stata investita di una responsabilità grande: fare attenzione a me e agli altri. Ho vissuto il “io-resto-a-casa” con leggerezza tutto sommato, sentendomi cullata dall’impossibilità di fare, pensare, decidere, altri lo facevano per me, e poi tanto non potevo agire diversamente. Impegni, obblighi, lavoro, tutto sospeso nel giusto nome della limitazione del contagio, una sorta di scarico globale delle responsabilità, rivolto ad ogni momento della giornata e ad ogni ambito dell’esistenza. Impegni economici, pagamenti, ricavi, tutto sospeso, traghettato dai primi di marzo ad oggi. Ecco da dove arrivava il nervosismo di ieri, sapere che con il 4 maggio iniziava una nuova via, incerta: tornerà tutto com’era? E se così non sarà, con quali nuovi modi di vivere ed agire? Questo sarà un momento difficile per noi, tutto da scoprire e costruire, saranno premiati gli innovativi, i resilienti, quelli che sapranno dare voce alle idee e ai fatti, che sperimenteranno, sbaglieranno ma proveranno. Quelli che saranno capaci di vivere in autonomia mentale, di spezzare il meccanismo di tranfer che tutti abbiamo operato in queste settimane: spostare responsabilità e ricerca di soluzioni sullo Stato, che ci ha si spaventati, rinchiusi, a volte con scelte illiberali, che ha rallentato l’economia per salvare vite ma che pur zoppicando, ha contenuto i danni e ci ha permesso di non prenderci responsabilità. Quante volte lo abbiamo definito “paternalistico”, ma siamo del tutto esenti da colpe? Oggi è giunto il momento di dimostrare che siamo figli grandi e responsabili, che sappiamo fare quel che serve con senso del dovere, senza bisogno di essere imboccati da comunicati stampa delle 18 e decreti ministeriali, che siamo maggiorenni e possiamo fare tardi la sera. Riscopriamo che piano piano possiamo riprenderci le nostre vite, certo diverse, ma pur sempre nostre, dimostriamo che non abbiamo bisogno di essere sempre imboccati, che anche da soli, ce la possiamo fare.

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