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Credo che la vicenda giudiziaria di Tortora possa essere definita, a distanza di anni, un dramma italiano, ancora molto attuale. Dramma lo fu senz’altro: un uomo innocente, sbattuto in galera per mesi, condannato e riabilitato soltanto dopo anni, durante i quali si sviluppò la terribile malattia che lo portò alla tomba. La medicina infatti ha chiarito che stress gravi e prolungati possono favorire l’insorgere di malattie tumorali. Dunque un dramma. Purtroppo un dramma italiano! Tortora infatti si scontrò con la malagiustizia del nostro Paese, con l’arroganza ed il protagonismo di certi magistrati, con la subdola volontà degli organi inquirenti di trovare comunque un colpevole eccellente, con il pressapochismo ingiustificabile degli stessi inquirenti, con il cinismo dei media che non esitarono a sbattere il mostro in prima pagina per ragioni di cassetta, con l’abbandono della maggior parte della politica, che preferì girarsi a guardare da un’altra parte e lasciare al suo destino un uomo giusto, tra l’altro impegnato in politica in modo del tutto disinteressato (era consigliere nazionale del PLI). Una vicenda drammatica ed angosciante per Tortora, per le sue figlie, per la compagna, per le persone a lui vicine, ma anche assolutamente vergognosa per l’Italia che, a distanza di trentanni, non credo possa dimenticare quel dramma umano, ma anche in qualche modo collettivo. Il Centro “Pannunzio”, dopo aver celebrato nei mesi scorsi la memoria di Enzo Tortora con un convegno a Torino, desidera ricordarlo in questi “Annali” pubblicando una bellissima e toccante lettera inedita, inviata dal carcere alla compagna Francesca Scopelliti. Tale prezioso documento testimonia, oltre all’angoscia straziante dell’uomo, il suo alto profilo morale ed il suo indomito coraggio. Da “pannunziani”, innamorati della libertà, non possiamo che sentirci in qualche modo eredi del patrimonio etico lasciato da Enzo Tortora, rimanendo fedeli a quell’insegnamento che, vissuto sulla sua pelle, ci ha trasmesso e che mirava ad ottenere una giustizia “giusta”. La battaglia è tutt’altro che terminata…

Gian Piero Aureli

Carcere di Bergamo 1.1.1984 Mia cara, cara Francesca, […] Io spero solo, ed è la speranza che ho dal 17 giugno, che tutti si rendano conto che la guerra era, è, e sarà sempre più, totale, frontale: il centro del problema è la Procura di Napoli, ormai schizofrenica, impazzita, abbarbicata al suo errore che puntellerà con infamie sempre nuove. Ma perché, amore, parlarti di questo? Ho passato giorni atroci, ma più per l’incertezza, che deve possedere ogni giocatore, di vedere sino in fondo a che ignobile punto il croupier riesce a barare. Ora la prova è palese, e totale. Sotto gli occhi di tutti. Ed è tornata, in me, una forza sconosciuta. Mi sento, misteriosamente, “intatto”. È il tempo, amore, che si allunga a di – smisura. E ormai non è più vivere, convincitene: ma, per me, solo un morire a rate. Voglio essere in piedi per l’ultimo atto. Anche se (lo vado dicendo da tempo) tenteranno ogni mezzo. Anche di farmi fuori. Non dirtelo, sarebbe stupido. La realtà è questa. Ormai il “caso” è solo una vergogna che non copre o riguarda solo me: ma infanga tutti. Penso che persino la Difesa, il che è tutto dire, l’abbia compreso. Mia dolce Francesca, sono le prime parole dell’anno, e mi sembra così logico scriverti. Immagino la tua pena e ti abbraccio con tutto il mio amore. Ma è ancora una volta necessario ti dica che sarà lunga, lunghissima. A meno che non esploda, su Napoli, un’inchiesta seria e finalmente responsabile. Un fatto politico, in sostanza. Altrimenti, l’uomo che porteranno in catene, a Napoli, potrà servire a ben poco, in futuro. Non voglio dirti come ho passato le ultime ore di quest’anno infame. Ti ripeto, sono calmissimo, ho la coscienza d’aver fatto ciò che dovevo, e potevo, sino in fondo. Ma il fondo è lontano, è una lotta all’ultimo sangue, capisci? Tra quattro farabutti che non “possono” perdere e un innocente che “deve” vincere. Ma il potere è loro. Siamo, e te lo ripeto, al nazismo puro, alla barbarie assoluta. Se questo è ancora un popolo (posto che lo sia mai stato), ebbene, ne prenda coscienza. A te, Francesca mia, non so che dire, se non, con un bacio immenso, tutta la mia gioia di saperti accanto a me. Buon anno, amore mio Enzo