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Il vino: un libro liquido, di Maria Luisa Alberico

Enogastronomia

Il vino, millenaria bevanda che completa ed esalta  i nostri pasti regalando a tutti i nostri  sensi sorprendenti suggestioni, nella sua apparente semplicità è un abile comunicatore: il vino ci parla e nel vino leggiamo le caratteristiche del vitigno, l’impronta del produttore, l’eco della storia del territorio cui appartiene. Personalità del vino e della cultura da cui è prodotto, dunque, che amo descrivere secondo una modalità che da molti anni ormai mi è propria e  che non fa riferimento a punteggi, classifiche, peraltro mai sufficientemente obiettivi, ma al  carattere distinguibile e prezioso, proprio in quanto unico, di ciascun vino.

E le pagine di questo libro sono i colori, i profumi e la gamma delle infinite sfumature di gusto e i capitoli sono  le caratteristiche storiche ambientali culturali umane di quel preciso territorio dove si sono sedimentati nei secoli  saperi, tradizioni  e gesti, termini tecnici e dialetti.

Non possiamo infatti  prescindere dalla constatazione che un Barolo con la sua austera complessità, con quella sua burbera e quasi scostante astringenza non possa nascere altrove che su quelle colline di Langa, ad un tempo dolci e aspre e che per accostarlo occorrano alcuni anni e per conoscerlo ci si debba intrattenere con lui e con le sue svariate possibilità di espressione: quale Barolo infatti? quello di La Morra, elegante e più immediato, più pronto pur nella sua gloriosa espressività o quello di Serralunga, di Monforte, di Castiglione Falletto, che nasce su terre marnose  compatte, con un potenziale evolutivo sorprendente ma ben difficile da accostare giovane, o ancora il Barolo sontuoso di Barolo, il paese che ha dato la denominazione al vino, e che vanta alcune tra le più prestigiose esposizioni, i crus di eccellenza? E come non identificarlo con la gente di Langa, gente di poche parole, sobria, generosa ma non esuberante, concisa nel parlare, operativa e attenta.

Di contro nel grande libro del vino, ecco un compagno più ironico e bonario, più pronto alla gioia, come un vino toscano, scanzonato come un Morellino di Scansano, brioso e gaudente come un Chianti, signorile ed internazionale come un Brunello. O ancora nella verde Valpolicella, la valle dalle “molte celle” ossia dalle molte cantine, dove riposa il Recioto e prende vita l’Amarone, si manifesta una voglia esuberante di ciacolar che pervade i molti spazi dove il vino si sorseggia e si conosce: le cantine certo, così come  le trattorie, le enoteche attrezzate, le molteplici fiere e dove il vino pare sorridere compiaciuto: sì perché il Recioto è di una dolcezza e gradevolezza senza pari e perché di fronte ad un piatto di cacciagione accompagnato dall’Amarone si può piangere di gioia.

E così al Sud. Uve cotte dal sole, visi rugosi, mani screpolate, grande dimestichezza nel trattare questa grazia sublime per  consentire che ci parli della suprema dolcezza di un Passito di Pantelleria, di un Greco di Bianco calabrese, seduzione è la parola d’ordine: segreta, umbratile, al riparo nelle masserie assolate, eco di cortei bacchici, di canti tra i palmenti.

 Il vino è un libro liquido, come suggerisce Paolo Monelli nel suo delizioso volume Optimus Potor- Il Vero Bevitore, edito da Longanesi nel lontano 1963, e ogni sua sfumatura di colore è un caleidoscopio cromatico dove si alternano i bianchi, dal color cenere all’ambra, i rosati dal rosa cipria alla buccia di cipolla, i rossi dal violetto scintillante al granato, all’aranciato profondo. E ogni sensazione olfattiva è una pagina di piacere e di sapere dove ci si immerge in un mondo vegetale e minerale che pare lì pronto a sollecitare la nostra memoria. E le componenti al palato ci consegnano una tavolozza di aromi incredibilmente varia non solo per gli svariati   sapori, ma per le sensazioni in bocca: tattili insegnamenti per riconoscere la sua astringenza, il pizzicore delle bollicine, l’avvolgenza delle sue morbide consistenze.  A calice consumato poi ci sollecita ancora:  perché del vino occorre sì parlare prima di berlo, per cercare di sapere tutto di lui, delle sue origini, del suo processo di trasformazione ed evoluzione, ma occorre intendersi con lui anche dopo averlo sorseggiato per evocare memorie e visioni, perché quel gusto lo ricorderemo, lo immagazzineremo e sarà diventato un tratto godibile della nostra storia.

Il “Vero Bevitore” dunque, il bevitore informato, quello vero, è colui che ha “letto” molti vini, che si è perduto fra i tanti capitoli e che non rinuncia a sfogliare ancora le tante pagine di un libro che sa donare un piacere tanto antico: se così non fosse, un dio come Dioniso non sarebbe stato inventato!

Maria Luisa Alberico

13 Marzo 2020/da Redazione
Tags: Cultura, enogastronomia, Vino
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